Illustrissimo dottor Bruno Vespa,
(eccellenze Federica Guidi e Giovanni Pitruzzella, dottori Cobolli Gigli e Paolo Martinello)

A seguito della puntata di Porta a Porta del 31 marzo ultimo scorso, mi sento in obbligo di scriverle anche se so perfettamente, visti e letti i Vostri commenti riguardo alla nostra professione e al nostro settore, che non riuscirò a farvi comprendere quasi nulla di quanto scrivo, ma tentare humanum est.

PERCHE’ MI SONO ROTTO?

Dopo 41 anni di professione continuata presso farmacie rurali, svolta sempre con correttezza e onestà, con competenza e spirito di sacrificio (non ho falsi pudori a dirlo); senza mai rubare un centesimo (ma venendo derubato dallo Stato, in primis, da Istituti Bancari, in secundis, e solo per ultimo da ladri comuni e cleptomani) e, al contrario, a volte rinunciando volontariamente a qualche compenso in caso di persone con disagi economici e personali molto rilevanti; lavorando incessantemente per poter tenere in vita una farmacia sempre più povera, disprezzata e insultata da politici, mezzi di comunicazione, antagonisti e anche colleghi davvero ottusi e prepotenti; non ho più voglia di tacere o, comunque, di non dire chiaro e tondo quello che penso a tutti, Lei compreso.

UN PO’ DI CULTURA

La Farmacia nasce nel 1272 nel Regno delle due Sicilie, per volere di un illuminato e potente sovrano di origine tedesca (pensa un po’) che aveva compreso quanto due principi siano fondamentali per uno Stato civile e moderno: garantire la salute alla popolazione e separare i conflitti di interesse tra chi visita, diagnostica e prescrive medicamenti e chi, sulla base di queste prescrizioni, controlla l’adeguatezza e la precisione delle stesse e prepara i medicinali indicati. Per la prima volta nascevano le Farmacie, come ambienti separati, regolamentati e controllati dallo Stato. I farmacisti esistevano già da prima, come rizotomi o cercatori di piante medicamentose, in tutte le culture di ogni paese, ma erano uomini medicina, sia in Grecia, in Egitto, in Mesopotamia, ma anche in estremo oriente, africa e americhe, era una medicina sapienziale, esorcistica, esercitata da sacerdoti, in cui la terapia è la penitenza, l’eziologia della malattia è divina. Accanto a questa si sviluppò anche una medicina artigianale, di manipolatori di elementi naturali, come Ippocrate e Galeno. Dal XII secolo in poi, quasi tutti gli Stati più evoluti, adottarono questo impianto di norme e strutture anche se con caratteristiche differenti da nord (dove il medicinale è visto, in modo pragmatico e luterano, come un bene economico di consumo) e sud (dove esso è visto in modo scientifico ma anche umanizzante, come un bene etico e sociale). Il modo di pensare nord europeo fu poi trasportato anche nelle americhe.
Anche gli Stati italiani adottarono questo metodo di regolamentare la medicina, fino al regno d’Italia quando nel 1888, Crispi e, di seguito, nel 1913, Giolitti, stabilirono la necessità di sviluppare un efficiente servizio farmaceutico (ante litteram) a vantaggio di tutta la popolazione, consegnandolo alle farmacie comunali e private, mediante riserve di legge che comprendevano una pianta organica e norme puntuali di istituzione e controllo. Nel 1934, con il TULS, il Governo Mussolini precisò ancora di più questa istituzione sanitaria e, nel 1947, la nuova Costituzione italiana faceva assumere allo Stato il compito di tutelare totalmente la salute dei propri cittadini, concretizzandola per le farmacie nel 1961, prima, e nel 1968, poi, stabilendo anche tutte le regole e norme per una efficace capillarizzazione del servizio farmaceutico, uguale per tutti i cittadini su tutto il territorio nazionale, a costo identico per lo Stato.

MENZOGNE

Da molti anni, almeno dal 1993, i Titolari di Farmacia sono tacciati da moltissimi come esercenti tutelati da un monopolio istituzionale e per questo motivo troppo pagati e troppo ricchi. Tutto questo è falso e pretestuoso in quanto, prima di tutto, essi non costituiscono un monopolio (che spetta solamente allo Stato) e sono migliaia (attualmente 18.000 e prossimamente molte di più) di attività professionali concorrenti, sparse su tutto il territorio nazionale, in quasi tutti i comuni e in moltissime piccole frazioni. Pertanto, chiunque comprende facilmente che una farmacia istituita in un paese di 300 abitanti delle montagne abruzzesi o bellunesi non è identica ad una del centro storico di Roma o Milano, ma nemmeno a quella di un piccolo paesotto, sperso nella campagna della Puglia o sulle colline venete o piemontesi. I fatturati (ricavi) variano moltissimo da una farmacia ad un’altra e, ovviamente, anche il reddito del titolare, che può restare anche da solo, tutto il giorno e tutti i giorni della settimana, compresi i turni notturni e festivi. La “riserva di legge” che stabilisce il numero di farmacie in virtù del fatto che la dispensazione dei farmaci è una professione intellettuale, e non commerciale, e che, per mantenere la capillarità di un servizio pubblico dello Stato, essa non può seguire le leggi del mercato, soprattutto perché il medicinale non è un bene di consumo ma un bene etico e sociale. Erroneamente si pensa che il margine (ricordo, stabilito per legge) sul prezzo (ricordo, stabilito secondo legge) sia la remunerazione di un servizio di distribuzione, come molti continuano a declamare, mentre, invece, è un metodo per stabilire l’onorario per una attività professionale intellettuale che di commerciale non ha nulla. Se, inoltre, i titolari di farmacia sono tra i maggiori contribuenti (ovviamente solo i titolari di farmacie molto importanti) è dovuto al fatto che, sia per la tipologia del “bene”, sia per la dispensazione al 75% per conto del SSN, e sia per la deducibilità del prezzo o del ticket, i fatturati sono tutti e totalmente dichiarati, senza sotterfugi, come può avvenire nel commercio.
Se nella categoria esistono dei delinquenti, essi ci sono esattamente come in qualsiasi altra tipologia, compresi giornalisti, avvocati, commercialisti, commercianti e industriali, sicuramente tutti in misura infinitesimale, al contrario del mondo politico e amministrativo dove il numero è altamente rilevante, come dimostrano i fatti, da sempre, anche ultimamente.
Se negli anni, dopo lo scandalo Poggiolini e De Lorenzo (dirigente statale uno, politico l’altro), abbiamo pagato pesantemente in quanto “indirettamente” beneficiari di un sistema Stato corrotto, che ha gonfiato la spesa farmaceutica dando tutto a tutti per motivi elettorali, ma pure per compiacere l’industria che pagava profumatamente partiti e amministratori, è sicuramente accaduto senza colpa alcuna dei titolari di farmacia, che seguivano pedissequamente la legge senza interferire nelle decisioni prese da politici e dirigenti corrotti.
Altra menzogna colossale è che esistano medicinali innocui che, grazie al loro utilizzo molto vasto e comprovato nel tempo, potrebbero benissimo essere venduti in qualsiasi attività commerciale. Questi concetti sono frutto non soltanto di ignoranza scientifica ma soprattutto dell’interesse economico di produttori e commercianti. Qualunque farmacologo può testimoniare che non esiste alcuna sostanza che non sia pericolosa, di origine vegetale animale o minerale, tutte sono più o meno tossiche e molti preparati industriali, anche naturali, sono perfino più tossici, ma sono anche utili. Lo dimostra in modo chiarissimo la quantità di patologie iatrogene evidenziate in USA, dove è facile reperire farmaci al drugstore, che raggiunge il 12% della popolazione e il 25% della spesa sanitaria. Quindi, la suddivisione in OTC (over the count) e SOP (senza obbligo di prescrizione) sono pretestuose e false, dovute solamente alla necessità dell’industria multinazionale di pubblicizzare, come una saponetta, anche i medicinali, per i primi, o di promuoverne la “vendita” tramite un farmacista dipendente delle catene, o proprietario di un esercizio commerciale, i secondi, poiché le logiche di mercato libero non vogliono restrizioni, controlli o regole, ma solo perseguire il business, il profitto. E questo risponde anche alla sua domanda fintamente ingenua: perché un OTC o SOP non può essere venduto anche al supermercato. La risposta è banale: perché i medicinali non si devono mai “vendere” o “promuovere” o “mettere in offerta” in quanto sono tutti dannosi, sebbene necessari, mentre il farmacista, commesso del supermercato, deve seguire le logiche della proprietà, che non è di un farmacista laureato, abilitato e idoneo, che rischia la propria farmacia, ma di un azionista, distante e distaccato, di un capitale che se ne frega altamente della salute dei cittadini, anzi, se un medicinale può far male esso induce all’utilizzo di altri medicinali per curarne le conseguenze.

SITUAZIONE

Esistono quasi 18 mila farmacie, con oltre 50mila farmacisti, delle quali un 10 % sono comunali o pubbliche, tra queste farmacie ne esistono di molto grandi, favorite dall’area popolosa o ricca nella quale si trovano e che hanno ricavi molto elevati, ma esistono anche farmacie molto piccole che a stento riescono a ottenere ricavi che diano al titolare un utile rapportato allo stipendio di un professionista, che ha seguito 20 anni di studi e che da dieci, venti o trenta anni sta lavorando in una situazione economicamente, strutturalmente e logisticamente molto difficili. Tuttavia, è necessario che anche queste farmacie esistano e resistano (tanto è vero che dal 1968 quelle rurali, con meno di 3000 abitanti residenti, hanno una sovvenzione statale tra ben 250 e 450 euro all’anno) perché il servizio farmaceutico nazionale ha un ruolo etico e sociale e deve pertanto coprire tutto il territorio, senza alcuna differenza, e tutti i 365 giorni dell’anno e tutte le 24 ore del giorno, anche con turni che, molto spesso, non sono remunerativi in quanto le piccole farmacie dislocate in territori distanti da pronto soccorso, guardia medica e ospedali (tutti questi servizi assolutamente non capillari) non sono utilizzate dai cittadini che si fermano nei grossi centri abitati dove sono andati a farsi visitare di notte o di domenica. Il turno in questi casi è inutile e non remunerativo ma le piccole farmacie rurali lo fanno con estremo sacrificio, come lo faccio io in un paese di 1400 abitanti, distante 8 chilometri da due grossi centri, per cui in dieci anni ho avuto un numero di chiamate notturne che si contano sulle dita di una sola mano e, tuttavia, nella settimana di turno, la notte dormo in farmacia anche per quell’unica persona all’anno che ha bisogno immediato di un farmaco urgente.
Tutti i detrattori continuano a dire che nell’attuale situazione economica non ha più senso che esista una “riserva di legge” riguardo alle farmacie e che la libera concorrenza del mercato è l’unica legge sensata nelle attività.
A parte che, sia la Corte di Giustizia europea sia la Corte costituzionale italiana, hanno anche recentemente avvallato la regolarità e la correttezza della legge italiana sulle farmacie, in ogni caso, l’abolizione tout-court di regole per la dispensazione dei farmaci otterrebbe il risultato inverso a quello raggiunto dal legislatore in oltre 70 anni di evoluzione: la quasi totalità della capillarizzazione del servizio con il sacrificio e l’abnegazione di tanti laureati in farmacia. Liberalizzare una entità sociale come la farmacia significa che ogni titolare e ogni farmacista si sposteranno laddove è più conveniente e più remunerativo, chiudendo e disertando le località più povere e meno abitate, esattamente come fanno gli esercizi commerciali di vicinato, o la media e grande distribuzione, che cercano sempre aree con adeguato bacino di utenza. Questo è esattamente il contrario del principio istitutivo del servizio farmaceutico.
Liberalizzare le licenze governative delle farmacie significa solamente distribuire non più equamente sul territorio una assistenza sanitaria primaria, esattamente come stanno facendo alcune regioni che pretendono di accentrare i medici (ex di famiglia o di fiducia) in Case della Salute o AFT o UTAP, centri dove il medico è spersonalizzato perché il cittadino troverà chi c’è di turno, a quell’ora di quel giorno, e non più il “suo” medico di fiducia, inoltre, di costringere migliaia di cittadini anziani, ovviamente malati, soli, senza mezzi di trasporto, a recarsi dal proprio paese presso questi centri, distanti anche decine di chilometri, e tutto ciò con il miraggio ambiguo e falso di creare minuscoli mini ospedali che facciano risparmiare i fondi per i pronto soccorsi e guardie mediche, in realtà trasferendo questo denaro ai medici e alle strutture gestionali ed operative della salute, ma prive di strumentazione e di strutture adeguate (oppure con sovrabbondanza delle stesse, male o per nulla utilizzate), senza cancellare le guardie mediche che si trasferirebbero presso tali centri.
Enormi porcate che, fra dieci o venti anni, altri amministratori e politici aboliranno dopo aver accertato i costi esagerati e gli sprechi che hanno generato i loro predecessori.
La liberalizzazione avrebbe senso se il parametro del numero di abitanti fosse sostituito dal parametro della distanza, in modo da obbligare, chi desidera avere una propria farmacia, ad orientarsi su tutto il territorio coprendo quelle aree che sono prive di servizio e senza togliere in modo grave e insostenibile i ricavi e gli utili alle farmacie già esistenti. Avrebbe senso, inoltre, se contemporaneamente si introducessero dei parametri strutturali e di servizio per migliorare l’utilizzo e l’impegno delle farmacie sul territorio e la remunerazione dei farmacisti che vi lavorano e che, sempre meno, anno dopo anno, hanno la forza di impiegare colleghi e investimenti per la continua diminuzione di fondi.
La leggenda che la farmacia sia redditizia rispetto ad altre attività è appunto una leggenda poiché, se l’utile netto dopo le tasse del settore farmaci SSN, che copre in media nazionale il 75% dei ricavi, si aggira intorno al 3% e che l’utile sui farmaci di libera vendita e del parafarmaco, a causa delle norme antitrust e di concorrenza a prezzo libero, rasenta il 10%, dati che generano nel totale una media del 5%, stante la media dei ricavi intorno ad 1,2 milioni, significa che la farmacia (non del titolare, che a volte può essere anche in società) ha una redditività media di 60mila euro all’anno che, certamente, non compensa il titolare e contemporaneamente non permette nuovi investimenti sul personale o sulle strutture.
Infine, la concessione di libera vendita dei farmaci OTC e SOP, e ancor peggio della Fascia C, ridurrebbe ancor più tale redditività, costringendo migliaia di farmacie alla chiusura (e fin qui Lei potrebbe dire chissenefrega) ma renderebbe il servizio insufficiente, e premierebbe le parafarmacie e i corner della GDO che, senza obblighi di turni, di servizio, di magazzino, di rapporto col SSN, avrebbero solo il vantaggio di divenire farmacie a tutti gli effetti ma senza gli oneri di un accordo convenzionale non più sostenibile. Quindi, oltre a distruggere il servizio farmaceutico istituito dallo Stato, si otterrebbe anche il bel risultato di premiare chi non ha un curriculum adeguatamente necessario, e non ha seguito il percorso concorsuale, non ha mai sofferto per anni in piccoli paesi con sacrifici e redditività assurdamente insufficienti, conquistando posizioni precluse alle farmacie esistenti.

CONCLUSIONE

Ovviamente, a Lei e a tutti gli altri, la mia sembrerà una strenua difesa della Lobby, peraltro inesistente dal momento che sono oltre 20 anni che in Parlamento abbiamo solo 4 parlamentari, e tutti di un unico partito, (contro 130 avvocati, 90 giornalisti, 52 medici, 29 ingegneri, 23 commercialisti, 19 ingegneri) e continuiamo a ricevere batoste economiche, professionali e istituzionali a causa di una visione mondiale, europea e italiana neo liberista e capitalista, come nemmeno nell’800 era stata preponderante, in realtà la mia è sì una difesa ma di una idea, di un concetto che si sta sempre più perdendo in ogni settore: il rispetto per la professione, e questo a vantaggio del puro e semplice profitto che sta distruggendo tutte le economie mondiali, premiando solo i grandi gruppi finanziari che mirano alla proprietà e quindi al governo di ogni attività umana: dall’estrazione alla produzione, dalla distribuzione alla vendita, dalla pubblicità alla copertura assicurativa e finanziaria di tutto il cerchio.
Rivendico l’onestà intellettuale e professionale di una categoria che, anche se ha delle mele marce che vedono nella farmacia solamente uno strumento per fare denaro danneggiando, in primis, proprio i farmacisti, nella grandissima parte dei casi è assolutamente sana e onesta, eticamente professionale e profondamente umanitaria.
Inutile elencarle i casi in cui molti colleghi hanno sostituito altre figure perché mancanti o semplicemente distratte da altre motivazioni e che hanno salvato vite, aiutato anziani e bambini, compiuto il proprio dovere ben oltre al richiesto, perché sono decine di migliaia, se non di più, dal momento che, ogni giorno, abbiamo a che fare con almeno tre milioni e mezzo di pazienti.
Mi scuso se l’ho annoiata, ma tanto ritenevo giusto rappresentarle dal momento che nessun altro, ho notato, era in grado di farlo durante la Sua, pur sempre interessante, trasmissione.

La ringrazio e la saluto.

Dott. Maurizio Guerra (titolare di farmacia rurale)

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8 COMMENTI

  1. Ringraziamo il collega Guerra che ha chiaramente identificato e illustrato la problematica globale delle Farmacie e la loro collocazione sociale. peccato che si tratta comunque di una guerra persa perchè gli enormi interessi opposti coincidono con quelli che decidono!

  2. A maggior supporto, voglio ricordare a tutti i lettori.Che la lettera dell’ amico e collega Maurizio Guerra e’ stata girata all’ On.Federico Gelli, alla 7 ( Di Martedi),al Corriere e alla Repubblica…aspettiamo ancora risposta.Che per diritto e galateo avrebbe dovuto avere.Essendo il collega Guerra un rurale, tale lettera e’ stata da me integralmente pubblicata giorni fa e commentata sul blog”farmacisti rurali doc” da me gestito.Cordiali saluti.

  3. complimenti al collega Guerra per l’esauriente disamina della situazione della Farmacia Italiana,Forse ha parlato poco della figura del farmacista,non professione ma professionalità del farmacista che forse non sfrutta a pieno le occasioni che quella croce verde sulla porta può e potrebbe offrirgli professionalità guadagnata Con tanti sacrifici perché la cultura non si compra al supermercato ma con ore ed ore di studio rubate al tempo libero

  4. ringrazio tutti per l’attenzione e per le gentili condivisioni
    ma non ho merito in quanto ho solo riportato quello che la stragrande maggioranza dei colleghi pensa ma non dice, fa ma non reclamizza, sa ma tace
    grazie ancora
    maurizio guerra

  5. dopo avere letto l’articolo ho avuto l’ennesima conferma che quanto ho sempre pensato sia giusto; dopo tanti anni con i giovani farmacisti, compreso un triennio alla presidenza, e numerosi tentativi di proposta, confronto e condivisione, purtroppo vani, con la dirigenza sindacale, sia nazionale che locale, oggi, come allora, ci ritroviamo nella condizione di avere necessità di figure capaci di affrontare il pubblico e i mass media in modo più professionale e deciso.
    credo che a federfarma basterebbe assumere un professionista ad hoc che possa intervenire nelle occasioni come quella in oggetto e sappia reagire con forza alla superficialità del giornalista di turno, male informato, o in mala fede(?), allineato con il politico in poltrona e non ci faccia passare per quelli che non siamo, come invece è accaduto e continua ad accadere in modo imbarazzante

  6. Gentile Dr. Guerra,

    questa lettera dovrebbe essere presa come manifesto della farmacia italiana.

    complimenti per la lucida chiarezza espositiva.

    Con stima,
    Daniela S.

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