La strategia nasce molti anni fa poiché, mentre i Titolari di Farmacia (ma anche i consulenti commercialisti) molto difficilmente vogliono prevedere il futuro, comportandosi di conseguenza, le grandi aziende, soprattutto le multinazionali, si muovono secondo calcoli previsionali di decenni.

L’unica vera inconfutabile e potentissima forza dell’Istituzione “Farmacia” italiana è la sua forma giuridica istituzionale evolutasi con i vari Governi succedutisi dopo l’unità d’Italia: la Concessione statale (poi passata alle regioni, quando queste hanno avuto campo libero sulla sanità).

Essa, infatti, legittima ogni parametro legato alla Istituzione stessa: lo Stato, stabilendo in Costituzione di assistere sanitariamente tutti i propri cittadini (art.32), si è assunto il compito fondamentale di organizzare il modello dell’assistenza sanitaria: centralmente, tramite gli Ospedali e le cliniche convenzionate; territorialmente, tramite i Medici di medicina generale che devono aderire ad una Convenzione (accordo strutturale, di servizio ed economico con lo Stato), e le Farmacie (non i farmacisti, in quanto, al contrario dei medici, necessitano strutture complesse e giuridicamente inquadrabili) anche esse obbligatoriamente aderenti ad una Convenzione, per la parte riguardante il servizio di dispensazione di medicinali ed altro, in regime “diretto” secondo il quale esse anticipano i prodotti a fronte di una remunerazione successiva da parte dello Stato stesso.

Da questa legittimazione nasce anche la necessità che lo Stato stabilisca la collocazione ed il numero di Farmacie da istituirsi mediante pubblico concorso, prima provinciale ed in seguito regionale, ma anche gli obblighi delle stesse, sia strutturali, sia gestionali, sia professionali; e, infine, la remunerazione delle Farmacia per lo svolgimento di tali funzioni, in base ad accordi triennali con lo Stato, in una prima fase, e di seguito con Stato e Regioni: la Convenzione, appunto.

Inoltre, sempre da essa deriva anche la necessità che proprietà e direzione coincidano per una pronta e precisa individuazione, da parte di tutte le autorità competenti, delle responsabilità sanitarie professionali penali ed anche economico fiscali, civili.

La distruzione della farmacia iniziò quando qualcuno, ovviamente molto interessato, volle, fortissimamente volle, che la Farmacia fosse ereditabile e cedibile.

Immaginare che una Concessione, della suddetta natura giuridica, fosse trasferibile, sia in forma ereditaria, sia in forma economica contrattuale, è stato il primo clamoroso errore della Categoria che voleva ovviamente salvaguardare l’impresa, dimenticando però la sua originale e fondamentale legittimazione giuridica.

Poter acquistare una Concessione, ottenuta per concorso personale, da parte di un farmacista che non ha ad esso partecipato, ha creato il presupposto per cui, secondo le leggi economiche, la proprietà potesse essere anche in forma societaria, restringendola però, per salvare la faccia, ai soli farmacisti che operano all’interno della stessa struttura.

A sua volta, questa nuova forma di proprietà ha aperto la strada al successivo passaggio: se un farmacista è socio in una farmacia, ma non ne è direttore, può prestare la sua opera a tempo parziale anche presso altre strutture e, pertanto, essere socio di esse, ma con un limite, chissà perché poi, di quattro e non tre o cinque. Ed ecco che, da un po’ di tempo, si sta continuamente parlando di togliere questo limite immotivato, presupponendo che la presenza effettiva del farmacista non sia più strettamente necessaria.

Ma se la proprietà di una farmacia non è più del farmacista titolare e direttore, per quale motivo non può essere socio un non farmacista, scontato che non vi operi non avendo l’abilitazione alla professione?

Ecco l’ultimo passaggio disastroso: l’entrata di estranei alla professione, mediante il capitale, nella società proprietaria della farmacia che permette a chiunque, anche a chi desidera solo fare un investimento, o a chi ha interessi nel settore farmaceutico, ma senza essere farmacista, con un presupposto blocco per le aziende che producono medicinali. Ma se producono para farmaci, o se distribuiscono solamente, sono da escludersi ?

Tutto questo per dire che questa strategia, iniziata molti anni fa, sta per vincere poiché il mondo politico, o per ignoranza dei problemi, o per faciloneria, oppure per interesse, si sta orientando trasversalmente verso una Farmacia che non è più luogo sanitario, un terminale del servizio pubblico, demandato dallo Stato a dispensare salute sotto il suo diretto controllo, ma una attività commerciale, un negozio di vicinato che, tra le altre cose, vende anche medicinali.

Chi ha voluto tutto questo? Basta come sempre cercare il “cui prodest”: farmacisti mercantilmente avanzati, aziende del settore, nazionali e multinazionali, grandi gruppi finanziari e/o industriali interessati ad un settore economico che, con l’invecchiamento della popolazione e il crescere di patologie vere o presunte, diventa sempre più economicamente interessante.

E se lo Stato non ha più risorse economiche per svolgere questo servizio ecco pronte le Assicurazioni, come all’estero: infatti, estrazione, produzione, distribuzione, istituti finanziari e assicurativi, pubblicità, sono sempre più concentrate nelle mani di pochi finanzieri, sempre gli stessi.

Chi volesse perdere del tempo andando a cercare, nelle scatole cinesi delle proprietà, coloro che al vertice dei vertici sono i veri proprietari di tutto quello, troverà sempre le stesse poche famiglie internazionali, anzi sovranazionali, che, tramite istituti finanziari, fondazioni, fondi di investimento, possiedono quote di ogni settore.

Nei paesi di origine anglosassone, per i quali le libere leggi di mercato sono il fondamento dell’economia e le tutele professionali come quelle sanitarie passano in secondo ordine, la distinzione tra possessori di attività sanitarie e non sanitarie non è mai stata considerata importante come nei paesi latini e ospedali, studi medici, farmacie, laboratori, ed altre istituzioni del comparto non hanno limitazioni di proprietà di tipo professionale poiché lo Stato entra il meno possibile nelle attività private, lasciando che la libera iniziativa agisca come meglio crede e sfruttando la concorrenza tra aziende allo scopo di lasciare che vinca sempre il più organizzato, strutturato e finanziariamente agguerrito: mors tua, vita mea, o meglio, homo, homini lupus.

In Italia, come in altri paesi latini, invece, lo Stato salvaguarda e tutela i propri cittadini da iniziative economiche e finanziarie che mirino al solo profitto quando si parla della salute e della libertà di scelta dei propri cittadini. Infatti, libero mercato significa , al contrario di ciò che si potrebbe pensare, scelta obbligata verso chi costa meno, chi si impone pubblicitariamente, chi adesca i cittadini, anche se dà meno garanzie e meno qualità. Lo Stato lascia fare in nome di un materialismo e di un liberismo che sfocia spesso nel libertarismo.

Questo sta accadendo oggi in Italia e i Supermercati, gli Ipermercati, gli Outlet, i Megastore, le Catene di negozi, stanno sfruttando proprio questa teoria economica ed anche l’ingenuità dei cittadini ingannati dalla concorrenza più spietata che non garantisce più nulla.

Inoltre, nel nostro caso, la liberalizzazione della proprietà, della vendita dei medicinali di ogni classe e del loro prezzo su tutto il territorio nazionale, causerà un aumento di utilizzo dei medicinali in modo non appropriato e un abuso vero e proprio degli stessi, visti come prodotti innocui, o comunque non pericolosi, grazie a una propaganda basata tutta sul prezzo, sullo sconto e sulle offerte. Che, per ora, dei medicinali con obbligo di prescrizione non sia permesso alcun tipo di incentivazione è solo una ulteriore presa in giro in quanto, dopo un certo tempo, molti di essi saranno declassificati, su richiesta delle aziende, al punto che si potranno acquistare liberamente.

Per tutto questo, la liberalizzazione della proprietà, la sudditanza dei farmacisti ad una proprietà economico finanziaria con il solo scopo del profitto senza alcun obbligo etico, la sparizione di tanti piccoli punti vendita, conseguente alla concorrenza più spietata, sguarnirà intere popolazioni di una assistenza sanitaria primaria, orientandola verso centri dislocati nei punti più economicamente promettenti del territorio. Ciò che è già accaduto per gli alimentaristi accadrà anche per le Farmacie.

Qualcuno sostiene, invece, che l’entrata del capitale sarà una grande opportunità perché rivalorizzerà le farmacie dato che ha tutto l’interesse a mantenere alto il proprio investimento. Forse lo sarà per chi può trarre vantaggio da tutti i passaggi, e da chi è fortemente indebitato e sta perdendo il controllo delle proprie farmacie che in questo modo verrebbero “aiutate” da finanziatori.

Dr. Maurizio Guerra

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