Nel 1227 Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re delle due Sicilie, volle assolutamente separare e regolamentare l’esercizio della professione medica e quella dello speziale (di nuova istituzione), definendone i rapporti e vietando loro ogni forma di associazione. Il paragrafo 46 delle sue Costituzioni Melfitane  prescrive: Il medico non potrà esercitare la farmacia né far società con un farmacista. Questi confectionari (preparatori, ndr) dovranno prestare giuramento ed eseguire gli ordini dei medici senza frode e le loro “staciones” (laboratori o farmacie, ndr) dovranno occupare il territorio secondo un disegno precostituito (pianta organica, ndr).

In questo modo, in Italia, per la prima volta in tutto il mondo – dato che altrove vivevano, metaforicamente, ancora nelle caverne, sugli alberi, nelle capanne o sotto le tende -, volle eliminare l’evidente conflitto di interessi (condizione giuridica che si verifica quando viene affidata un’alta responsabilità decisionale a un soggetto che ha interessi personali o professionali in contrasto con l’imparzialità richiesta da tale responsabilità, che può venire meno a causa degli  interessi in causa) dei medici nei confronti dei malati, interponendo una terza professionalità tra diagnosi e terapia, sia per controllarne la necessità e la correttezza, sia per garantirne la perfezione e quindi l’efficacia.

L’Imperatore volle così sancire la funzione sociale ed etica del Farmacista che opera in Farmacia.

In seguito, nel 1258 a Venezia, fu promulgato il Capitolare dei Medici e degli Speziali in cui erano stabilite norme precise per gli speziali, quali la preparazione di medicine secondo l’arte e le norme dell’Antidotario, il divieto di prescrivere medicine e la sorveglianza dei Consoli della Giustizia su questa attività, sempre al fine di evitare abusi e scorrettezze. Poi, anche a Firenze, Siena, Padova, Roma e Genova, furono fissati i principi fondamentali che regolamentavano la professione negli Statuti delle Arti degli Speziali.

Nel 1400 la “Corporazione degli Speziali” era già considerata una fra le più importanti nella società dell’epoca ed era compresa tra le sette Arti Maggiori. Nel 1498 uscì il primo Ricettario Fiorentino imposto dallo Stato, anche se redatto dai Collegi Professionali e nel 1668 nel Ducato di Milano fu emanata la prima Farmacopea Ufficiale del mondo.

E così è stato, ovunque, riconfermato in ogni legge successiva, compreso il TULS del 1934 e le successive norme. Questo, fino a quando, per meri interessi economici privati e pubblici, non sono riusciti a mutarne il ruolo, tramite leggi ad hoc stravolgenti quelle istitutive.

Ultimamente, anche la legge per il Mercato e la Concorrenza (che nulla dovrebbe avere a che fare con la malattia e la salute dato che sono problematiche sociali e morali), in obbedienza ad esigenze furbescamente e falsamente presentate come interesse proprio dei cittadini ma, in realtà invece, solo delle aziende, ha voluto deliberatamente smantellare la limpida e corretta funzione della Farmacia, riducendola ad una mera attività commerciale, ad un negozio per la compravendita di beni di consumo salutistici, al pari di ogni altra impresa mercantile.

Certo, il ruolo e la responsabilità civile e penale dei farmacisti sono rimasti, ma con una evidente riduzione della libertà professionale, dal momento che soggetti terzi, non farmacisti e quindi non eticamente e deontologicamente impegnati, possono diventare comproprietari o addirittura proprietari (e quindi orientatori e limitatori dell’attività) di una funzione pubblica che deriva direttamente dalle mansioni dello Stato: la fornitura e la garanzia della salute a tutti i propri cittadini (art.32).

E’ pur vero che lo Stato sta abbandonando ogni suo ruolo sociale, a tutti i livelli e in ogni settore, sia per un problema di bilancio e di debito pubblico, puntando verso la privatizzazione, sia per seguire ed ubbidire a direttive europee, quindi barbare, che, nella visione anglosassone – forse più sassone che anglo – delle funzioni statali, non hanno minimamente come obiettivo la Salute e la Vita ma piuttosto la tutela dei capitali e della remunerazione per le persone e le società che li detengono, riducendo al minimo l’impegno comunitario e morale.

Per non fingere di essere vittime, bisogna anche ammettere che, dagli anni 70 in poi, colleghi in numero sempre maggiore, usciti dall’Università con sogni e ambizioni ben diversi da quelli previsti dalle norme statali, hanno cercato, in ogni modo possibile, di ingegnarsi imprenditori e di svolgere ogni altro mestiere all’interno della propria farmacia, al solo ed unico scopo di aumentare i ricavi ed i profitti, sposando ogni iniziativa possibile a tal fine, sia di tipo merceologico, con sforamenti abusivi di ogni genere, anche non permessi ma tollerati, sia spingendo la legislazione farmaceutica verso un permissivismo finalizzato al puro utile, come:

  • la cedibilità di una “concessione statale”, di per sé non cedibile;
  • come la società di persone titolare di farmacia;
  • la multiproprietà di farmacie fino ad un numero di 4;
  • le para-farmacie;
  • ed infine, la società di capitali titolare, ultimo capitolo di una tragedia prevedibilissima e molte volte annunciata.

Infatti, chiunque non fosse miope, o meglio cieco, avrebbe potuto vedere che la demolizione del ruolo pubblico, sociale ed etico della professione, anche con motivazioni falsamente evolutive, avrebbe distrutto anche quello che, quasi 800 anni fa, l’illuminato Imperatore aveva compreso come sacrosanto: la necessità di un professionista libero, indipendente nel giudizio e nello svolgimento della sua funzione, dato che, se la medicina diventa “mercato” allora altri soggetti molto più abili, esperti e potenti, avrebbero trasformato la salute in un bene di consumo con prodotti di dubbia validità ed efficacia, ma con vasto profitto per coloro che avrebbero conquistato questo settore, fino a pochi anni fa libero e pubblico.

Ora, soggetti diversi, in chiaro conflitto di interessi, potranno governare questo mercato, siano essi aziende di produzione, o anche di distribuzione, oppure assicurazioni, o puri gruppi di investimento, nazionali o multinazionali.

La categoria, ottusa e mercantile, che continua a difendere e perseguire le sue scellerate scelte apostrofando chi vuole il ripristino della funzione del farmacista in farmacia come retrogrado e anacronistico e, sposando il marketing e il merchandising che chiunque, dal negoziante, al supermercato, alle multinazionali della distribuzione per finire all’e-commerce, possono gestire meglio per mezzi, strutture e capitali illimitati, ha perso l’unico, insostituibile, vero ruolo per cui esistono il farmacista e la farmacia: il controllo delle prescrizioni, la dispensazione (o eventuale preparazione dei medicinali).

Ora essa tenta di correre ai ripari proponendo e inserendo servizi gratuiti, che altri, privati e pubblici, già danno e per i quali non ha Ruolo, sperando in un effetto trainante, già tentato in passato e sempre fallito miseramente.

Riconquistare il proprio Ruolo esclusivo professionale, mantenere e valorizzare la capillarità Rurale e chiedere il rispetto di una Remunerazione adeguata ad una attività intellettuale specializzata, sono le uniche tre vie concrete per salvare migliaia di farmacie sull’orlo della chiusura o della svendita.

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