Ogni giorno incontro molti colleghi e ascolto i racconti delle loro esperienze.

Parte dei loro racconti si riferisce a dinamiche di natura pratica che riguardano la sfera lavorativa.

Durante l’ascolto cerco di comprendere le dinamiche che sottostanno a determinate argomentazioni.

Ho notato però che sempre più spesso mi trovo di fronte ad una malattia di cui si parla poco, e forse di cui si è inconsapevoli, ma che sta dilagando nel nostro settore: la sindrome del «lamentismo».

Il «lamentismo» è quella patologia che riguarda l’atto del lamentarsi continuamente dei problemi e, allo stesso tempo, non fare nulla per – almeno idealmente – tentare di risolvere qualcosa.

Anche nell’ambito della propria sfera di azione, rispetto a ciò che di più piccolo si può fare.

Un collega mi parlava dei problemi legati alla mancanza di professionalità verso cui sta andando il nostro settore.

In particolare, mi descriveva la dinamica secondo la quale quando un paziente entra in farmacia, sempre più spesso, la conversazione si sofferma su aspetti legati alla transazione economica.

Mi raccontava che nella sua attività molti pazienti chiedono lo sconto al banco e, per questo motivo, vi era bisogno, a suo avviso, di una maggiore azione di sensibilizzazione sulla problematica, da parte degli enti federali e delle associazioni, nei confronti di quei colleghi poco o per nulla attenti a questioni di carattere professionale e deontologico.

Ad un certo punto della conversazione, quando gli ho proposto di rendere pubblico quanto a lui accaduto, pubblicando un post sul blog o un suo scritto… è calato il silenzio!

Quale migliore possibilità, infondo, nell’affrontare un problema, pur con la consapevolezza di non poterlo risolvere, partendo semplicemente dal discuterne?

Ebbene, il collega mi ha risposto che non gli andava di mostrare in pubblico il suo messaggio e mi faceva notare inoltre che era iscritto ad un sindacato.

Per questo motivo, se avessi voluto parlare di quella problematica, io avrei dovuto far riferimento ai suoi dirigenti, come per avere una sorta di “autorizzazione a parlare”.

La cosa che mi ha meravigliato – ma non più di tanto, perché nel nostro settore funziona così – è stata appunto la mancanza di volontà nel voler fare qualcosa, seppur minima.

Per “fare qualcosa” intendo semplicemente “il dare un pezzetto di se stessi”, in un percorso più o meno lungo, più o meno faticoso, che abbia come obiettivo la risoluzione della problematica, fermo restando che ciò non sarebbe stato comunque sufficiente.

Spesso ci lamentiamo che qualcosa non funziona, o che il Governo non ci aiuta, o ancora, che è impossibile trovare un lavoro, fermo restando determinate dinamiche.

Tuttavia, quando abbiamo la possibilità di poter fare qualcosa, anche minima, per avere – non dico la soluzione al problema – ma procedere verso un percorso di miglioramento della nostra situazione, ebbene, in quel caso, non facciamo nulla.

E’ evidente che la sindrome del «lamentismo» non aiuta a risolvere alcun problema, anzi, complica di molto le cose.

Le complica perché oltre a creare un rumore che genera malessere, non dà l’opportunità di sviluppare un dialogo costruttivo su determinati temi, di cui spesso anche i dirigenti non si prendono carico.

A proposito di dirigenti, il fenomeno del «lamentismo» non tocca solo la base, ma anche i vertici di alcuni sindacati che si proclamano sempre a difesa dei diritti dei farmacisti che rappresentano ma che di fatto poco o nulla fanno per poter dare quel qualcosa in più, se non appunto, lamentarsi.

Lamentarsi che c’è poco lavoro, lamentarsi che non si rinnova il contratto, lamentarsi etc… etc…

L’idea che mi sono fatto, in generale, è che nel nostro settore ci sono persone che soffrono di «lamentite cronica».

Queste persone, anche se talvolta possono muovere un passo, non fanno nulla perché, paradossalmente, trovano piacere nel barcamenarsi nei problemi, che siano pratici o teorici.

Il non risolvere i problemi costituisce per loro un modo per poter passare il tempo e per rendere la loro vita completa, probabilmente, il veder i problemi irrisolti giustifica la loro stessa esistenza in vita.

Chiudo questo post con due domande:

  • «Da cosa si parte per curare il lamentismo»?
  • «Quale è il miglior farmaco per curare la lamentite acuta? E quella cronica?»

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