Le dinamiche remunerative della filiera, visto l’andamento della spesa farmaceutica convenzionata, hanno senza ombra di dubbio bisogno di una modernizzazione.

I medicinali di Classe A distribuiti dalle farmacie aperte al pubblico sono rappresentati all’80% da farmaci equivalenti, con progressiva riduzione del prezzo al pubblico, continua flessione dei volumi in gran parte delle Regioni e conseguente assottigliamento della Distinta contabile riepilogativa (Dcr).

Situazione che si ripercuote sulle farmacie con una riduzione della liquidità ma anche con una minore capacità di sostenere i costi della parte relativa all’attività distributiva svolta per conto del Ssn nei confronti dei pazienti.

A onor del vero, molti titolari/gestori/direttori hanno avviato già da tempo un percorso di ristrutturazione finanziaria e operativa delle proprie farmacie.

Ma ciò potrebbe non essere sufficiente.

Modifica delle quote di spettanza della filiera del farmaco

Le quote di spettanza sono percentuali fisse applicate sul prezzo al pubblico di un medicinale di Classe A in base alle quali ogni operatore si vede assicurato il proprio margine lordo.

Esse si traducono in misura del 66,65% all’industria, 3% ai distributori intermedi, 30,35% alle farmacie (33,35 per acquisti diretti). A cui va aggiunto l’8% ridistribuito in caso di farmaci equivalenti.

Consentire alle farmacie territoriali di acquistare i medicinali di Classe A abolendo le canoniche quote di spettanza, dando loro la possibilità di ottenere un aumento della marginalità, finalizzata a compensare le perdite dovute alla diminuzione del fatturato.

È questa in sintesi l’idea da applicare sia per gli acquisti diretti che per quelli effettuati attraverso i distributori intermedi.

Se il paradigma della riduzione dei costi e il miglioramento dell’efficienza operativa per aumentare la marginalità venisse applicato anche per l’acquisto dei farmaci di Classe A, come per le restanti categorie merceologiche, vi sarebbe un recupero di non poco conto.

Trasferire marginalità dall’industria alle farmacie e ai distributori intermedi andrebbe a vantaggio della rete delle farmacie italiane.

Ciò già avviene per le gare di appalto bandite dalla controparte pubblica, ove i i farmaci in distribuzione diretta e per conto sono acquistati dalle amministrazioni regionali o provinciali mediante gare di appalto assegnate con il criterio del ribasso.

L’abolizione delle quote di spettanza migliorerebbe la capacità contrattuale che le farmacie dispongono nei confronti dell’industria, per quanto attiene l’approvvigionamento dei farmaci di Classe A.

Se per certi versi le farmacie riescono ad ottenere condizioni migliorative dai distributori intermedi, mettendoli in concorrenza, d’altro canto, quando è il momento di trattare con l’industria, le cose si complicano al punto che devono sottostare a rigidi paletti, spesso legati a quantitativi minimi e costi imposti delle merci ordinate.

I parametri applicati costituiscono per molte farmacie scogli insormontabili al punto da generare una doppia penalizzazione, soprattutto per le piccole attività.

Da un lato, le farmacie non riescono ad accedere a scontistiche migliori, dunque a ridurre i costi delle merci approvvigionate.

Dall’altro, perché pur volendo, le farmacie che acquistano a determinate condizioni imposte dall’industria non possono effettivamente distribuire quei prodotti con dovuta efficienza perché non dispongono di un mercato proporzionato ai volumi acquistati.

L’assenza di un mercato adeguato viene accentuata per i medicinali di Classe A se si considera che il loro andamento non può essere influenzato dall’orientamento commerciale del farmacista, ma da fenomeni esterni come gli indirizzi prescrittivi.

Cosa ben diversa per altre categorie come i farmaci da banco, dove l’orientamento commerciale del farmacista può fare la differenza esprimendo, quando necessario, il proprio valore professionale.

A titolo di esempio, se una farmacia volesse acquistare antisettici per il cavo orale direttamente dall’industria leader di mercato dovrà ordinare non meno di 168/192 unità per ottenere il prezzo migliore.

A parità di condizioni, se una farmacia collocata su una grande arteria copre il fabbisogno di tre mensilità, pari ad una stagionalità, una piccola farmacia coprirà l’equivalente di più stagionalità, rischiando di avere in magazzino i prodotti per più anni, dopo averli abbondantemente già saldati.

Sembrerebbe del tutto evidente che i rigidi paletti imposti dall’industria non fanno l’interesse della farmacia.

Tornando ai farmaci di Classe A, parte della quota del 66% destinato all’industria costituirebbe una fonte di liquidità pronta a ridare un immediato slancio alle farmacie.

Un solo 10% spostato dall’aliquota dell’industria in favore della filiera, varrebbe in media fino a 30mila euro all’anno a Dcr.

La cifra non risanerà l’intero bilancio di una farmacia con gravi inefficienze gestionali, tuttavia, andando oltre il 10% si riuscirebbe a fare di più e a ridare non poco ossigeno alle attività territoriali.

Per raggiungere lo scopo servirebbero calcoli ed analisi approfondite al fine di capire la portata di tale iniziativa.

L’operazione di ridistribuzione delle quote di spettanza rappresenterebbe una buona iniezione di liquidità nella filiera a valle, senza dover necessariamente stravolgere gli equilibri che per decenni hanno regolamentato le dinamiche del settore farmaceutico.

A titolo di esempio, la liquidità ottenuta potrebbe essere impiegata per sostenere il costo di uno o più farmacisti da aggiungere al gruppo di lavoro, dando slancio all’occupazione.

Se da un lato lo Stato aggiunge trattenute, sconti legge e quanto altro riduca l’importo finale della Dcr, e al tempo stesso sottopaga servizi come Distribuzione per conto, Cup, Screening, una possibile strada da percorrere potrebbe essere quella di recuperare terreno sull’industria.

Le alternative sarebbero due.

  • Si aboliscono completamente le quote di spettanza, rendendole libere, mettendo le industrie in una condizione di libero mercato, proprio come avviene per la controparte pubblica e per le altre categorie merceologiche;
  • Oppure, si ridefinisvono i punti percentuali provenienti dalla quota del 66%, verso farmacie e distributori intermedi.

Sulla base di quanto esposto è evidente che le farmacie potrebbero disporre di liquidità immediata proveniente dalla quota di spettanza del 66% in capo all’industria.

Così come l’industria compartecipa per legge ad eventuali sforamenti della spesa farmaceutica mediante il pay-back, allo stesso modo potrebbe sostenere le farmacie e i distributori intermedi (quelli puri e quelli in forma di coop).

Proprio a farmacie e distributori tocca la parte più onerosa.

Vale a dire la distribuzione al dettaglio e la gestione del rapporto con il pubblico.

Azioni, queste ultime, che richiedono non pochi sforzi organizzativi e gestionali e di cui l’industria potrebbe in parte farsi carico economicamente.

Ciò trasferendo marginalità dalla propria quota di spettanza verso gli altri componenti della filiera.

Potrebbe sembrare evidente che mantenere un modello di remunerazione fondato esclusivamente su percentuali fisse favorirebbe, da qui a qualche anno, il problema della sostenibilità del sistema basato sullo sconto applicato sul prezzo al pubblico.

Per questo motivo, pur lasciando intatto il modello, la variazione percentuale delle quote di spettanza andrebbe resa mobile.

Adeguarla periodicamente ed ancorarla ad indicatori, proprio come accade per gli indici Istat, meccanismo di rivalutazione su base annua del costo della vita.

Grazie all’aiuto di tutte le componenti della filiera e con il supporto di esperti indipendenti capaci di tirare fuori numeri precisi ed analizzarli, sarebbe il caso di capire per quanto tempo possa reggere il sistema.

A proposito dell’analisi dei dati relativi ad una nuova remunerazione, sembrerebbe che sia stata affidata ad una multinazionale specializzata nella gestione dei dati.

È bene evidenziare che la multinazionale in oggetto potrebbe avere un conflitto di interessi se si considera che offre servizi a pagamento di analisi dei dati alla stessa industria.

L’idea di un “ddl Concorrenza” all’inverso

L’idea vagliata in questa sede è un “ddl Concorrenza all’inverso”.

Se fino a questo momento si è agiti a valle, liberalizzando i prezzi al pubblico – compresa la possibilità di fare sconti sui farmaci di Classe A se ceduti a pagamento -, da ora si valutano opzioni che interessino il contributo di tutti gli attori a monte della filiera.

Sarà poi l’industria, in seguito all’eventuale riduzione della marginalità derivante da una rimodulazione delle quote di spettanza, ad operare le dovute scelte necessarie per compensare tale riduzione.

Un esempio tra tanti, la ricerca di maggiore efficienza nei processi produttivi, logistici, amministrativi per renderla più competitiva.

In ogni caso, ottenere letteralmente “sconti” dall’industria non sarà di certo cosa semplice, anche alla luce delle possibili obiezioni.

Le obiezioni (e relative risposte)

Si riportano alcune obiezioni – e relative controdeduzioni – mosse contro l’idea di una revisione delle quote di spettanza della filiera del farmaco.

«Rivedendo le quote di spettanza il Ssn esigerebbe ulteriori sconti dalle farmacie, chiedendo di aggiungere altre righe in Dcr»

Ci si potrebbe trovare di fronte all’eventualità che il Ssn reclami maggiori sconti a carico alle farmacie, aggiungendo ulteriori voci di addebito in Dcr.

Cosa peraltro avvenuta già in passato.

È bene chiarire che l’eventuale modifica delle quote di spettanza è solo una questione “interna” alla filiera che non tange la parte “esterna”, vale a dire il rapporto con il Ssn.

La revisione delle quote costituirebbe un’operazione a costo zero per il Ssn, consentendo di garantire maggiore stabilità al settore delle farmacie aperte al pubblico e sostenere quelle attività che lo stesso Stato ha in più occasione definito come «il front-office del Servizio sanitario nazionale sul territorio».

«Il potere di contrattazione delle sigle sindacali delle farmacie nei confronti dell’industria è poco o nullo».

Si potrebbe obiettare che il potere di contrattazione delle sigle in rappresentanza delle farmacie pubbliche e private, nei confronti dell’industria, sia benché minimo.

In altre parole, le sigle potrebbero volutamente non avanzare una proposta del genere per il solo presumibile fatto che l’industria non le ascolterebbe e non terrebbe conto delle richieste.

E potrebbe essere effettivamente così.

Tuttavia, a questo punto è lecito porsi una domanda: perché nel corso degli anni le sigle sindacali non hanno mai reclamato nulla all’industria?

Potrebbe intravedersi un conflitto di interessi derivante dai progetti che alcune industrie finanziano alle sigle sindacali, al punto da giungere ad un tacito accordo di non belligeranza tra le parti?

Perché il primo sindacato in rappresentanza delle industrie non siede ai principali tavoli di concertazione, tra cui quello aperto per la nuova remunerazione, anche solo per scopi interlocutori, se non per altro?

«Modificando le quote di spettanza si corre il rischio che le catene di farmacie applicherebbero prezzi inferiori al Ssn o agli utenti»

Una possibile obiezione all’idea di rivedere le quote di spettanza potrebbe essere riferita all’azione che le catene di farmacie potrebbero esercitare nei confronti degli utenti o dello stesso Ssn.

Nello specifico, la marginalità derivante dalla “liberalizzazione” dei prezzi di acquisto dei medicinali di Classe A potrebbe essere riversata al cliente finale (privato o Ssn), creando ulteriori tensioni competitive sul mercato.

Sebbene sia possibile che una cosa del genere possa accadere, ciò non cambia lo stato dei fatti.

Soprattutto se si considera che le scontistiche in oggetto riguardano il rapporto con il Servizio sanitario nazionale e non il rapporto commerciale con gli utenti della farmacia.

L’aspetto “commerciale” nei confronti dell’utenza resta una scelta individuale della catena, fisica o virtuale, e sempre nell’ottica di competitività, ove le stesse ritengano utile competere sul prezzo – riducendo il loro margine operativo – per attirare clienti e crescere in tal senso.

«Quando i farmaci equivalenti di Classe A venivano ceduti alle farmacie con forti sconti fu fatta una legge che limitava tale pratica»

Un’altra possibile obiezione è relativa al fatto che, anni addietro, il sistema fece un passo indietro quando sui farmaci equivalenti di Classe A era possibile fare sconti fino al 70%.

A tale obiezione si risponde evidenziando che i tempi odierni non sono più quelli di una volta, quando la farmacia viveva ancora un “benessere” economico.

Le necessità di questo momento storico non sono le stesse che erano presenti anni fa.

Tale condizione, inoltre, non dovrebbe in alcun modo precludere la possibilità di veder conferita alla farmacia una migliore capacità di acquisto e di contrattazione nei confronti dell’industria dei farmaci di Classe A.

«Se il Governo si rende conto che le farmacie marginano di più, esse saranno ancora più tartassate»

Si dice che Quando i Governi si rendono conto del potenziale di liquidità delle farmacie, in base alle marginalità presenti sulle differenti categorie merceologiche, operano trattenute in Dcr. Basta citare gli addebiti per finanziare le spese di eventi catastrofici nelle varie zone d’Italia.

Probabilmente quelle righe sono ancora presenti in Dcr, ma ciò non significa che non sia possibile reclamare all’industria migliori condizioni di acquisto per il miglioramento della resa operativa delle farmacie.

Ciò a garanzia della sostenibilità di un sistema che – nonostante le difficoltà del momento – continua a generare valore e supporto ai pazienti sul territorio, ma che, al contrario, vede ogni giorno ridotto il proprio valore economico e commerciale derivante dallo svolgimento della propria attività.

«Non è facile rimodulare le quote di spettanza perché ci vuole una legge apposita»

Se i sindacati ritenessero opportuno consentire il miglioramento delle condizioni commerciali di acquisto dei medicinali di Classe A da parte delle farmacie territoriali private e pubbliche, allo stesso modo nessuno vieterebbe loro di farsi promotori – così come avvenuto con il ddl Concorrenza – di iniziative parlamentari tali da ridefinire le quote di spettanza.

È solo una questione di volontà politica sindacale espressa – o inespressa.

«Non è possibile liberalizzare i prezzi di acquisto perché l’industria ha legami con i sindacati di categoria»

È verosimilmente possibile che un’operazione di contrattazione di migliori margini di acquisto dei farmacia di Classe A, ma anche di altre categorie merceologiche, nei confronti dell’industria, possa essere limitata da un presunto conflitto di interessi che vedrebbe la parte di mezzo – ovvero le componenti rappresentative e sindacali della filiera – dalla parte dell’industria, piuttosto che della parte degli farmacisti.

È di evidenza pubblica il fatto che che parte delle operazioni dei sindacati siano finanziate dalle industrie farmaceutiche.

Operazioni sia all’interno della filiera, come fiere, eventi, sondaggi di opinione, corsi, convegni, convention, stesura di rapporti periodici, ma anche iniziative verso l’esterno, tra cui quelle dirette verso il pubblico, come screening diabetologici, cardiovascolari, di beneficenza e quanto altro.

Tutte attività che vengono finanziate dall’industria, sebbene siano operate per nome e per conto o con il solo patrocinio delle componenti sindacali, e che dunque limiterebbero le azioni nell’interesse delle farmacie rappresentare.

«L’industria potrebbe rifiutare una revisione delle quote di spettanza al fine di non poter riuscire a garantire livelli occupazionali»

Una delle obiezioni che l’industria potrebbe muovere per opporsi ad eventuali modifiche al ribasso delle proprie quote di spettanza potrebbe essere la necessità di dover preservare la rigidità del sistema al fine di garantire gli attuali livelli occupazionali negli stabilimenti produttivi presenti in Italia ed Europa.

È bene tuttavia evidenziare che se un tempo gran parte dei principi attivi erano sintetizzati in Europa, ora provengono dai paesi in via di sviluppo, tra cui India e Cina.

Con tutti i problemi che ne conseguono – vedasi il caso delle impurezze -, ma anche con i dovuti benefici economici per l’industria stessa.

Basterebbe leggere il bando di una qualsiasi Asl italiana per rendersi conto a quale costo viene ceduto un farmaco dall’industria alla parte pubblica.

I farmacisti dovrebbero chiedersi, in proposito, perché le Asl possono acquistare farmaci dall’industria mediante il criterio del ribasso, mentre alle farmacie viene negata per legge tale possibilità.

Al punto da generare – oltre ai noti problemi già presenti – una concorrenza intra-canale legata alla distribuzione di principi attivi che costano di più se erogati attraverso le farmacie territoriali, ma costano di meno se erogati direttamente o per conto.

«Non è vero che l’industria ha altissime marginalità»

Basta leggere i bilanci pubblici dei principali colossi farmaceutici per capire che l’industria ha ampi margini di manovra.

Operando una riduzione delle quote di spettanza non si metterebbe in alcun modo a rischio l’operato dell’industria ne la sua stabilità.

Certo, si ridurrebbe l’utile.

Ma si andrebbe in direzione di una ridistribuzione equa degli utili verso tutte le componenti della filiera.

«L’industria partecipa alle aste al ribasso delle Asl perché margina su altro»

Il concedere molecole al ribasso alle Asl senza dubbio avviene per poter entrare nella rosa dei fornitori e conquistare quote di mercato.

Vale sia per la distribuzione diretta che per la Dpc, a discapito della marginalità.

Tuttavia, come si denota osservando i livelli di spesa ospedaliera fuori controllo, l’industria – sebbene sia presente il Pay Back – ha ampi margini per poter garantire il proprio sostentamento.

Dunque, così come per le Asl – vale a dire la parte pubblica – tali farmaci dovrebbero poter essere acquistati con i criteri del ribasso anche dalla controparte privata, ovvero farmacie e distributori intermedi.

«Se le quote di spettanza venissero migliorate per la farmacia, allora bisognerebbe fare più sconto alle Asl sulla Dcr»

Come sopra evidenziato, tale rimodulazione è un fatto interno alla filiera. Non è una questione che riguarda il rapporto con il Servizio sanitario nazionale, dunque nessuno potrebbe esigere ulteriori sconti alle farmacie.

Si chiede all’industria di concedere parte del 66% in favore dei soggetti che operano a valle.

Per ora il Ssn è ben pagato, anche rispetto al ruolo “cuscinetto” delle farmacie territoriali.

Come dimostrano i dati periodici, la spesa farmaceutica convenzionata è in continuo calo ed è sotto controllo, differenza della spesa ospedaliera.

Tutto ciò a conferma del corretto operato delle farmacie territoriali, ma anche grazie al corretto funzionamento delle strutture intermedie preposte al controllo della spesa Ssn.

Strutture intermedie che, nel caso della farmaceutica convenzionata, consentono di intervenire tempestivamente sulla classe medica andando a limitare o restringere la prescrivibilità di alcune molecole introducendo note o limitazioni.

«Se si rimodulano le quote di spettanza, l’Ssn potrebbe contrattare direttamente con le catene di farmacie»

Questo scenario è probabile.

Tuttavia, non è detto che in funzione di presunte catene di farmacie di proprietà sul mercato il sistema dovrebbe rimanere disequilibrato al punto da costringere le farmacie a fare da cuscinetto.

È evidente che il problema non è quello delle catene perché gli strumenti di aggregazione e le piattaforme per consentire alle farmacie di aggregarsi sono già oggi esistenti.

Il problema reale è che l’industria utilizza le farmacie territoriali come “commerciali di riferimento sul territorio”, nonché come estensione virtuale delle proprie capacità logistiche.

«Catene, distributori e produttori sono tutti dalla stessa parte: la revisione delle quote di spettanza è impossibile»

Questo citato è un problema diverso ed attiene alla mancata chiarezza dei ruoli sul territorio, nonché al possibile conflitto di interessi tra attori della filiera.

Tale discussione andrebbe affrontata con un ragionamento separato.

Se si volessero affrontare tutti i problemi della filiera bisognerebbe discutere anche di nuova convenzione, di farmaci innovativi sul territorio, rinnovo del Ccnl, pratiche commerciali scorrette, mancata aderenza alle regole deontologiche e della miriade di problemi quotidiani che le farmacie si trovano a dover affontare.

La domanda da porsi è se il 66% in capo all’industria rappresenta o non rappresenta una fonte di liquidità da cui poter attingere.

Così come lo Stato ha individuato in passato nelle farmacie una pronta fonte di liquidità dalla quale attingere, allo stesso modo le farmacie potrebbero risalire a monte vedendo nell’industria un possibile finanziatore.

Ciò ridistribuendo le quote di spettanza.

«La revisione delle quote di spettanza non favorirebbe solo le farmacie, ma anche la distribuzione intermedia, generando ulteriori squilibri sul mercato»

È evidente che la distribuzione intermedia sta vivendo un periodo non facile.

Lo conferma il fatto che, alla ricerca di nuovi possibili mercati, molti grossisti stiano acquisendo la proprietà di farmacie sul territorio.

Accedere al 66% dell’industria – come peraltro accade con le altre categorie merceologiche, in cui non esistono limiti teorici di contrattazione – potrebbe rappresentare una boccata di ossigeno nel breve-medio periodo anche per i distributori.

È utile ricordare infatti che è anche – ma soprattutto – grazie al ruolo della distribuzione intermedia che le farmacie sono in grado di offrire sul territorio un servizio puntuale, sopperendo a mancanze logistiche dovute alla limitazione finanziaria e degli spazi.

I distributori intermedi si adoperano per garantire il quotidiano approvvigionamento di migliaia di referenze presenti sul mercato e renderli disponibili in poche ore dal loro magazzino a quello della farmacia.

Tuttavia è bene sottolineare nuovamente che diversi distributori intermedi hanno stravolto il ruolo originario acquistando farmacie e dunque generando un ulteriore conflitto di interessi.

E quest’ultimo renderebbe necessarie ulteriori valutazioni.

«La rimodulazione delle quote di spettanza non costituirebbe un’operazione ad invarianza zero per lo Stato»

Falso.

Essendo una questione interna alla filiera, la rimodulazione dei margini delle parti interessate non provocherebbe un aumento della spesa farmaceutica convenzionata.

L’eventuale revisione delle quote di spettanza non costerebbe nulla al Ssn e gli andamenti della spesa farmaceutica resterebbero i medesimi.

Si avrebbe però più efficienza perché le farmacie ridurrebbero il costo delle merci, a vantaggio di maggiore liquidità e solidità finanziaria.

«La rimodulazione delle quote di spettanza non servirebbe a nulla: i bilanci delle farmacie resterebbero disastrati»

Il fatto che molti farmacisti siano distratti dalla vita quotidiana – limitandosi letteralmente a “contare i soldi nel cassetto” – e che non abbiano la possibilità di riflettere su determinate dinamiche, non significa che non si possa o non si debba ragionare in un’ottica di recupero di efficienza a partire dalle risorse disponibili, per il sostegno della propria attività.

Da un lato la spesa farmaceutica convenzionata territoriale non cresce e non crescerà, dall’altro i volumi continueranno a diminuire.

Riuscendo ad acquistare meglio i farmaci di Classe A, ovvero pagandoli di meno, le farmacie avranno a disposizione maggiore marginalità e liquidità da poter reinvestire nella loro crescita.

Una delle prime azioni da attuare per curare un’azienda malata, d’altronde, è la riduzione dei costi.

Costi del personale, costi degli sprechi, ma soprattutto costi delle merci, riducendo il magazzino e migliorando il potere di acquisto.

Avere accesso al 66% dell’industria significherebbe ridurre i costi di acquisto dei farmaci di Classe A.

In aggiunta a ciò, è utile evidenziare che le molecole di Classe A distribuite nelle farmacie territoriali sono costituite da molecole vecchie di decenni i cui costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione sono stati ampiamente ammortizzati.

Pertanto, anche se l’industria perdesse dei punti sul 66%, potrebbe contare su una filiera più forte.

Per assurdo, si potrebbe pensare di invertire le quote di spettanza, ovvero, lasciare il 33,33% all’industria e ridistribuire il restante 66,66% tra farmacie e distribuzione intermedia.

«Tale rimodulazione farebbe comunque ripresentare il problema tra qualche anno»

Corretto.

La rimodulazione delle quote di spettanza lascerebbe comunque aperto il problema della sostenibilità del sistema tra alcuni anni, in uno scenario in cui la spesa Ssn convenzionata si assottiglia sempre di più e nel quale non vengono immesse nuove molecole che compensano tale riduzione.

Tuttavia, una buona rimodulazione delle quote di spettanza oggi consentirebbe di avere più tempo per studiare un nuovo modello comunque costituito da una quota fissa e una variabile.

Il sistema attuale ha certamente dimezzato l’utile negli ultimi anni e proseguirebbe in tale direzione se restasse uguale nel futuro.

Tuttavia, osservando ciò che accade attualmente, è doveroso chiedersi il perché le Asl/Asp/Ast acquistino i farmaci al ribasso mentre le farmacie territoriali no.

Inoltre, perché le regole per l’acquisto degli altri farmaci – Classe C, farmaco da banco – non valgono per la Classe A?

Il 66% rappresenta una fonte di liquidità per l’industria, con la quale copre i minori margini derivanti dalle gare volutamente partecipare al ribasso.

«Non esistono calcoli precisi»

La spesa farmaceutica convenzionata, definita come la spesa sostenuta dal Ssn per l’erogazione di farmaci attraverso le farmacie aperte al pubblico, si è attestata nel 2018 a circa 8 miliardi di euro al lordo dell’Iva (dati Aifa).

Ciò significherebbe che spostando un solo 10% della quota di spettanza dell’industria, in favore delle farmacie, andrebbero circa 30mila euro all’anno a farmacia in più rispetto ai livelli attuali.

Si immagini, a titolo di esempio, una farmacia con una Dcr di 30mila euro di farmaci di Classe A, al netto degli sconti, con un potere negoziale di acquisto maggiore del 10% su tale volume.

Sarebbero 3mila euro a Dcr in più da utilizzare per finanziare meccanismi virtuosi nell’ambito della farmacia dei servizi o per il miglioramento della rosa di soluzioni per rispondere ai bisogni del territorio.

Ci sarebbe uno rilancio di tutta l’economia della filiera, compresi i fornitori di altri prodotti e servizi che orbitano nell’ecosistema delle soluzioni offerte alle farmacie.

Potrebbe presentarsi, inoltre, una rivalutazione finanziaria della farmacia stessa il cui titolare sarebbe libero di scegliere se aggregarsi, restare indipendente o fuoriuscire dal mercato cedendo la propria attività.

«Si ma all’estero fanno così…»

Ogni sistema sanitario nazionale ha peculiarità proprie.

Non avrebbe senso scorporare ed attingere prendendo singoli “pezzi” dai sistemi sanitari europei o mondiali non tenendo conto però dello scenario socio-economico in cui sono stati concepiti ed applicati.

Ogni mercato ha determinare caratteristiche.

In Italia oggi circolano circa 8 miliardi di euro lordi caratterizzati in gran parte da molecole vecchie di decenni di cui sono stati abbondantemente ammortizzati i costi di ricerca, sviluppo e commercializzazione.

Le leggi che regolamentano le quote di spettanza sono obsolete e non si sono evolute tenendo conto delle esigenze del mercato.

Inoltre, se la farmacia fosse davvero messa così male come si vuol lasciare immaginare, sarebbe plausibile cominciare a pensare a qualsiasi soluzione possa andare a sua salvaguardia.

Nessuna esclusa.

Al momento il 66% rappresenta de facto una fonte di liquidità da cui poter attingere.

Concedere alle farmacie la possibilità di ridurre i costi di acquisto della Classe A, come peraltro avviene per altre categorie merceologiche, dovrebbe essere un’opzione da considerare.

«La ridistribuzione delle quote di spettanza è improponibile perché non ne parla nessuno»

È vero.

Nessuno ha mai discusso di questa opportunità.

Bisognerebbe chiedersi se una modifica delle quote di spettanza converrebbe o non converrebbe a coloro che vivono la farmacia vedendola dall’esterno.

A coloro che “vivono di farmacia”.

I sindacati non ne parlano perché pesterebbero i piedi all’industria e probabilmente vedrebbero ridotti i loro progetti ed iniziative finanziate dai produttori.

Gli opinion leader non ne discutono perché verrebbero esclusi esclusi da forme di collaborazione a vario livello l’industria e con i sindacati, tra cui incarichi, convegni, congressi, fiere, eventi.

I consulenti esterni delle farmacie, tra cui commercialisti, fiscalisti, formatori, non hanno alcun interesse nel proporre alternative perché si vedrebbero intaccati i loro piccoli interessi personali. Tra questi la visibilità alla platea di farmacie che gli viene garantita a monte, mediante accordi o collaborazioni.

In generale, si tende a seguire un’unica corrente di pensiero predominante per non scontentare chi siede nelle stanze dei bottoni.

Tutto ciò non vuol dire che la ridistribuzione delle quote di spettanza non possa essere una strada percorribile per mettere in condizione le farmacie nell’avere miglior potere negoziale per l’acquisto sui farmaci di Classe A.

Conclusioni

L’idea di accedere al 66% detenuto dall’industria può essere perfettibile, ma solo aprendo a nuovi paradigmi si apre a differenti scenari.

Non ha senso liberalizzare i prezzi di vendita senza ridurre i prezzi di acquisto e garantire la possibilità alle farmacie di operare in un libero mercato.

Libero all’esterno, ma anche libero nella parte relativa all’ approvvigionamento.

La deregolamentazione compiuta sinora ha interessato solo la parte esterna, vale a dire la cessione del farmaco ai pazienti, ponendo farmacie e distributori intermedi alla pari di cuscinetti che hanno assorbito – loro malgrado – le scelte imposte, subendo con una contrazione dei margini la rigidità del sistema industriale e facendosi carico delle esigenze dettate dal consumo, mirate ad una presunta competitività nei confronti degli utenti.

Politiche a totale discapito del margine operativo lordo.

La parte “interna”, al contrario, è rimasta inviolata ed intoccabile.

Le farmacie territoriali rappresentano e rappresenteranno ancora per decenni la principale porta di accesso al farmaco da parte del paziente.

Senza le farmacie territoriali aperte al pubblico, il paziente – salvo le dovute eccezioni – non può accedere al farmaco e al valore ad esso correlato.

Allo stesso modo, l’industria non riuscirebbe a raggiungere il paziente.

Il valore trasferito dal farmacista al paziente resterà tale solo se salvaguardato dal punto di vista della propria sostenibilità.

Che sia etica, professionale, ma anche – e soprattutto – economica.

Inoltre, dopo aver letto questo post, potrebbe interessarti…

…iscriverti gratuitamente al mio percorso “Comunicare in Farmacia”

© Riproduzione riservata

Quanto riportato esprime contenuti ed opinioni personali dell’autore che ha scritto il post. Queste opinioni non coincidono necessariamente con quelle di FarmaciaVirtuale.it.

4 COMMENTI

  1. Come già altre volte e su altri argomenti l’analisi del Dr. Di Stasio non trascura nessun aspetto del problema ed è piena di spunti a dir poco interessanti.
    Purtroppo , come scrisse tempo fa un altro illuminato collega, “lo Stato sta abbandonando ogni suo ruolo sociale, a tutti i livelli e in ogni settore, sia per un problema di bilancio e di debito pubblico, puntando verso la privatizzazione, sia per seguire ed ubbidire a direttive europee, quindi barbare, che, nella visione anglosassone – forse più sassone che anglo – delle funzioni statali, non hanno minimamente come obiettivo la Salute e la Vita ma piuttosto la tutela dei capitali e della remunerazione per le persone e le società che li detengono, riducendo al minimo l’impegno comunitario e morale” .
    Nel caos che ne consegue, primariamente dovuto alle famose regole per favorire la concorrenza, il capitale domina incontrastato e mette in ginocchio le piccole aziende di qualunque settore……..
    Ma aimè in un mercato dove l’editore Giunti(in collaborazione con l’evasore totale Amazon,ovviamente) inizia a vendere probiotici ,alimentari e telefonini ditemi voi se c’è la possibilità “morale” di ridistribuire qualunque cosa a chiunque,figuriamoci ai farmacisti !
    Mi ha colpito comunque l’accenno ,per niente velato , alle varie possibilità di conflitto d’interesse ,compreso quello che riguarda Federfarma……..spiace dirlo ma la sensazione è quella che ,per mantenere un effimero equilibrio di “do ut des” spesso si rinunci a qualche iniziativa che davvero potrebbe portare a qualcosa di buono.
    Per quanto riguarda l’economia in generale resto ancora alla finestra ad osservare come si possano conciliare il patto di stabilità ed il blocco delle risorse con la necessità di crescita e sviluppo …..
    Luigi Schlich

    • Grazie Luigi per il tuo commento.

      Quanto sopra non è nulla di nuovo, se consideri che un modo per trovare risorse è quello di ridurre i costi.

      Però, come ho evidenziato, la cosa non piace a tutti, perchè appunto va a sfavore di tutti tranne che della farmacia…

  2. Ringraziamenti per aver fatto una trattazione con una così minuzioso dettaglio e chiarezza espositiva. Probabilmente andrebbero rivisti i calcoli proposti, anche in funzione dell’Iva.

    Appare evidente la mancata volontà di Federfarma, Assofarm e Farmacieunite di non far scomodare l’industria.

    Già.

    “Scomodare” l’industria significherebbe bloccare tutta la macchina degli affidi e degli incarichi pubblicitari. Cosa ovviamente di non poco conto che bloccherebbe i principali eventi fieristici. Se ci si pensa, infatti, è l’unica finanziatrice del “sistema”.

    • Caro Giovanni, grazie per il commento.

      Non ho una laurea in economia ma in farmacia, come gran parte dei farmacisti che leggono le loro dcr e come anche coloro che sono impegnati nelle varie trattative citate.

      Nel testo pubblicato ho evidenziato che i calcoli dovrebbero essere approfonditi da tutti coloro che si professano “salvatori” delle farmacie, tra cui consulenti, fiscalisti, commercialisti, che in queste ore vivono momenti di silenzio e che preferiscono appunto non proferire verbo sul tema in oggetto.

      Da direttore responsabile di FarmaciaVirtuale.it, giornale online indipendente per farmacisti, posso assicurarti che, nonostante i ripetuti tentativi di contatto a coloro che poi il weekend partecipano in pompa magna a convegni, eventi, magari parlando di altri temi, quando si tratta di mettere le cose nero su bianco e di divulgarle si tirano indietro.

      Su questo ultimo punto sono d’accordo perché sebbene un confronto faccia parte della dialettica di categoria, “polveroni” alzati ai fini strumentali potrebbero deteriorare la capacità di analisi e di ragionamento delle parti interessate.

      In ogni caso, a quanto pare si valuterà ex-post l’impatto reale sulle dcr, sui bilanci e sui valori delle singole farmacie di eventuali cambiamenti al modello.

      Il fatto però su cui bisogna discutere, a mio avviso, evitando di soffermarci la forma – ma dare attenzione ai contenuti -, è che il peso dell’industria all’interno della filiera andrebbe livellato nuovamente in favore delle farmacie e dei distributori intermedi.

      Ho la fortuna di parlare ogni giorno con le persone che stanno sul territorio. Mi riferisco a colleghi farmacisti, con le loro difficoltà, ma anche ai distributori intermedi, agenti, trasportatori, corrieri.

      E credimi, si sta raschiando tutti il fondo del barile.

      L’industria non è presente sul territorio e per questo motivo dovrebbe cedere parte della spettanza a valle della filiera, che fa il lavoro “sporco”.

      Grazie ancora per il commento, a presto!

Comments are closed.