Un altro anno si chiude tra vecchie e nuove incertezze per il mondo della farmacia.

Mettersi nei panni dei farmacisti titolari di farmacia, condividerne il punto di vista, è ormai un esercizio difficile che può riuscire solo a chi comprende la doppia natura della professione, l’aspetto legato al servizio farmaceutico e quello legato all’impresa.

Chi mi ha seguito negli anni sa che consiglio sempre ai farmacisti titolari di farmacia di dedicarsi al primo piuttosto che al secondo, magari sono una nota stonata rispetto al coro dei consulenti, me ne rendo conto.

Credo di essere anomalo anche per il fatto che sono un farmacista.

Tuttavia l’esperienza accumulata è molto utile per accorgermi che la maggior parte dei problemi delle farmacie sono legati alla cattiva relazione che i farmacisti hanno con la loro natura di servizio pubblico.

«Meno chimica, più economia!», questo slogan riecheggia tra i corridoi dei dipartimenti di Scienze del farmaco di tutta Italia, a torto secondo me.

Vi faccio un esempio.

Quest’anno mi è capitato spesso di ascoltare le esigenze di farmacisti titolari di farmacia interessati ad investire sulle vendite online, farmacie anche piccole.

Si fa presto a dire vendita online, magari su marketplace, ma cosa vendere?

Scegliere un orientamento generalista o di nicchia?

Per le piccole farmacie penso sia più interessante l’interazione con un segmento specifico di clienti, ovvero identificare una domanda particolare e farne esplodere le potenzialità.

Ciò è possibile solo avendo un solido background professionale, solo essendo aggiornati, in sostanza «Più chimica!».

Già, ma l’aspetto imprenditoriale?

È certamente importante visti i tempi difficili.

Mentre fino a dieci-quindici anni fa gli utili della farmacia erano sufficienti ad ammortizzare qualsiasi errore di gestione, ora tali errori si pagano amaramente, anche a causa dei mutati equilibri con i grossisti e ditte.

Il farmacista titolare ha competenze complete ed aggiornate per affrontare questo tipo di sfide imprenditoriali?

La mia risposta, purtroppo, è no.

Cosa fare allora?

Delegare, delegare la soluzione di alcuni problemi di carattere economico, finanziario, gestionale o strategico a chi ha competenze per risolverli velocemente e bene.

Badate, ho scritto «chi ha competenze per risolverli velocemente e bene» non chi si propone come guru, come costoso formatore, distraendo dal focus dell’attività, ovvero l’aggiornamento continuo su farmaci e prodotti che la farmacia dispensa o vende.

Ecco allora che il consulente generico ha una carta da giocarsi presso il farmacista attento.

Tutto bene quindi?

No.

Diciamoci le cose come stanno cari colleghi, la nostra categoria non è stata in grado nel tempo di selezionare professionisti competenti ed ora i titolari si trovano spesso ad interloquire con chi non ha le capacità e le conoscenze per essere davvero utili nelle scelte di gestione.

Voglio portarvi l’esempio di ciò che è successo con l’informatica per farmacia, un servizio fondamentale e pietra angolare della gestione aziendale.

A causa di alcuni passati compromessi legati alle relazioni con i grossisti, i livelli qualitativi di assistenza sono bassi ma proporzionati ai canoni pagati alle software house.

In altre parole, le farmacie pagano poco per ricevere quello che in sostanza è un pessimo servizio.

So che è una compressa senza edulcorante ma è la verità dei fatti.

Stessa cosa succede con altri servizi, pagati una miseria e di un livello così basso da essere inutili: a quel punto meglio non investire nemmeno quel poco.

Penso ad esempio a chi fa «Social Media Marketing per 100 euro al mese», utilizzando template riciclati, contenuti già visti e rivisti, commettendo errori di grammatica o sbagliando date di eventi.

Sviluppare un servizio che sia qualitativamente allineato agli standard richiesti da una farmacia costa e deve essere retribuito correttamente, soprattutto deve essere in grado di risolvere davvero un problema, non istruirvi all’uso ed abbandonarvi ad esso.

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