…e avviare un discorso basato sulle competenze professionali.

Mi rendo conto sempre di più che la professione del farmacista si sta avviando – o si è già avviata – verso un cammino in discesa, molto ripido e pericoloso, con riferimento a quella che è la depauperazione dell’interesse etico, deontologico e professionale, in favore dell’interesse economico, commerciale e merceologico.

Il settore farmaceutico, oggi come non mai, ha bisogno di una spinta professionalizzante che non si reclama con un rinnovo del contratto o con altri strumenti “esteriori” e “formali”, che mirano da un lato a ottenere delle garanzie, tra cui il miglioramento dei compensi, e dall’altro invece a non dare nulla, sotto l’aspetto etico, professionale e deontologico. Allo stesso modo, non ha senso pretendere che vi siano dei professionisti preparati e a buon prezzo sul mercato, e poi farli ritrovare in farmacie il cui ambiente ha poco a che vedere con il ruolo professionale nel significato puro del termine.

Da un lato abbiamo il paradigma dei farmacisti illusi in fase preliminare che – giustamente – reclamano il loro “posto di lavoro”, dall’altro, abbiamo i titolari/direttori/gestori delle farmacie pubbliche e private che nulla fanno – o, se esistono, sono poche gemme isolate – per migliorare l’ambiente, il luogo di lavoro, a supporto delle necessità del territorio.

1. Blocchiamo i “diplomifici”

E’ necessario bloccare i diplomifici delle Facoltà di Farmacia. Non è concepibile che queste Facoltà continuino a farsi concorrenza e a sfornare farmacisti, non preoccupandosi di come (se) il sistema li assorbirà, una volta laureati.

Vi è un dovere morale di fermare quanto sta accadendo, con le opportune misure, tra cui, ad esempio, bloccare l’accesso alle Facoltà di Farmacia a coloro i quali hanno partecipato – e fallito – ai test di ingresso delle Facoltà di Medicina e Chirurgia, per evitare che le Facoltà di Farmacia diventino dei parcheggi di mancati medici, e, purtroppo, anche di mancati farmacisti, perché al di la’ del “pezzo di carta”, loro stessi non saranno in grado – perché non sono stati messi in grado – di poter esercitare la professione, né in farmacia, né altrove.

E’ ormai palese che i corsi di Laurea in Farmacia, per quanto possano dare un bagaglio completo al laureando in farmacia, non sono attuali rispetto alle esigenze formative del momento: finito il percorso di laurea, il farmacista deve ripartire da zero per acquisire competenze verticali nel proprio ambito di riferimento. Si troverà quindi di fronte ad uno scenario completamente nuovo e diverso da quello prospettato: farmacie/parafarmacie in cerca di farmacisti già formati, da un lato, mentre, dall’altro, farmacisti pronti a prestarsi per qualsiasi tipo di ruolo e mansione, a volte gratis, sottopagati, demansionati, per poter “imparare il mestiere”.

2. Vincolare la presenza di farmacisti al fatturato della farmacia

In secondo luogo è necessario, come peraltro avviene in altri settori della sanità, vincolare il numero di farmacisti in farmacia o 1) al valore del fatturato (il fatturato però potrebbe non essere un buon indicatore di riferimento, visto l’attuale andamento del mercato), oppure 2) obbligare la presenza di soli farmacisti in farmacia, in altre parole, una farmacia fatta di soli farmacisti.

Quanto espresso al punto 1) già avviene nell’ambito della sanità privata accreditata territoriale, ove il SSN vincola le strutture private a garantire dei livelli occupazionali e di presenza di personale tecnico e specializzato sulla base di fattori tra cui il numero di pazienti trattati, il fatturato, il bacino di utenza territoriale. Strutture che devono necessariamente adeguare il loro personale in disponibilità qualora dovessero esserci degli incrementi di budget di fatturato assegnato. Il personale è vincolato anche alla eventuale presenza o meno di specifiche unità funzionali all’interno delle strutture stesse, indipendentemente dai valori quantitativi come fatturato e numero di pazienti.

Certo, bisognerebbe calcolare l’impatto sui bilanci delle farmacie, ma ciò rientrerebbe nell’ottica di una riforma di più ampio respiro del sistema di remunerazione delle stesse.

3. Dare al farmacista la possibilità di essere remunerato sulle competenze e non sul valore del bene scambiato

Bisogna in primis rendere chiari i confini di competenza professionale, ancor meglio di quanto non sia stato fatto sinora, dando la possibilità al farmacista di poter essere remunerato sulla propria consulenza professionale e non per le dinamiche legate agli aspetti commerciali.

Per aspetti commerciali mi riferisco alla remunerazione proporzionale al valore del prezzo del bene scambiato. Se è vero che il bene scambiato, in questo caso il farmaco, godrà via via di una maggiore extracanalità, sarà maggiormente soggetto alle fluttuazioni del mercato o ai players che entreranno in gioco. Con il termine extra-canalità non voglio definire solo la parte privata (corner, GDO, store specializzati, etc), ma anche quella pubblica, intendendo per extra canale anche i servizi di distribuzione diretta, servizi di DPC, servizi di esternalizzazione di settori a ditte appaltanti (es. diabetici, stomia, nefropatici); mentre, con il termine “player” intendo definire tutti coloro che “toccheranno” fisicamente il farmaco, al di la’ del paziente, del farmacista e del distributore intermedio.

E’ bene differenziare quindi una remunerazione basata sul valore professionale erogato in ambito del Servizio Sanitario Nazionale – che potrebbe essere legata ad una serie di attività concomitanti all’erogazione del farmaco convenzionato -, e, dall’altro, dare la possibilità al farmacista di poter essere remunerato come libero professionista, per la consulenza che riesce a dare al paziente in ambito privatistico, nella propria sfera professionale e di competenze.

Il concetto della remunerazione delle competenze professionali non è del tutto nuovo: il medico, il dentista, l’infermiere, il veterinario, il biologo, lo psicologo, il radiologo, il fisioterapista, l’ortopedico, il podologo, il dietista, il logopedista, in ambito sanitario, ma anche l’avvocato, il commercialista, l’architetto, il geometra, l’ingegnere, il giornalista, se vogliamo allargare la rosa delle professionalità. Figure che vedono il loro valore riconosciuto sulla base di elementi immateriali, direttamente proporzionali al loro impegno e alla loro dedizione. Figure che possono aprirsi un mercato, crescere liberamente ed offrire servizi nell’ambito del loro quadro normativo di riferimento. Oppure, liberamente decidere di “sistemarsi” partecipando ad un concorso pubblico. In sintesi, non comprano e non vendono nulla. Vengono pagati per quello che valgono – se valgono.

Perché non dare anche al farmacista questa opportunità, ovvero, scindere il valore professionale “vendibile” dal valore del bene scambiato? Perché un farmacista in farmacia o parafarmacia non può “fatturare” il proprio tempo di consulenza? Perché deve poter generare il proprio valore solo ed esclusivamente vendendo qualcosa di un terzo?

Concludendo…

Solo affrontando i punti di cui sopra sarà possibile creare una differenziazione del canale rispetto a ciò che è bene materiale e dare una svolta professionalizzante alla figura del farmacista, figura che, per come vanno le cose, tenderà a scomparire. Intendo dire – questo lo approfondirò in un altro post – se si porta sempre più il farmaco fuori dalle stanze dove dovrebbe unicamente stare, e lo si porta chissà dove e come si vuole, non ci vuole tanta scienza per capire che la presenza del farmacista in farmacia (o parafarmacia) non sarà più giustificata, ne giustificabile.

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1 COMMENTO

  1. 1.- evitiamo progetti di immagine di difficile realizzazione capillare credo che la professionalità non possa realizzarsi e crescere se i progetti di categoria prevedono realizzazioni di servizi di promozione con altri operatori (infermieri, dietolodi, psicologi,…) che vengono offerti al di
    fuori del proprio personale con rischio di fare la promozione loro in attesa di aprire uno studio privato, di non proporre servizi capillari e accreditati
    2.- dare al farmacista giusto ruolo in farmacia far partecipare il farmacista non solo all’operatività professionale ma anche in quella commerciale
    3.- riconoscimento economico legare il farmacista meritevole alla partecipazione degli utili (percentuale variabile in dipendenza dal numero e dal fatturato complessivo della farmacia)

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