Con l’entrata in vigore della Ricetta elettronica veterinaria (Rev), un tema che sta suscitando non poche perplessità tra i farmacisti è relativo alla possibilità, da parte dei medici veterinari, di poter vendere farmaci ad uso veterinario in seguito alla prestazione professionale direttamente all’utilizzatore.

Sebbene numerosi farmacisti sono convinti che le leggi in materia non siano ben definite e si prestano a diverse interpretazioni, la realtà dei fatti è del tutto diversa.

Per fare un po’ di ordine è necessario in prima battuta definire quale è il quadro normativo vigente ad oggi in Italia.

È d’obbligo precisare sin da subito che quando si parla di cessione di farmaci da parte del veterinario non si parla mai di “vendita” ma di “consegna”.

Gli articoli 70 e 71 del decreto legislativo 193/2006 che regolamenta la vendita del farmaco veterinario non includono mai la figura del medico veterinario.

È invece chiaramente esplicitato che la vendita al dettaglio di medicinali veterinari è effettuata soltanto da farmacisti in farmacia, dietro presentazione di ricetta medico-veterinaria, se prevista come obbligatoria, o anche da titolari di autorizzazione al commercio all’ingrosso e i fabbricanti di premiscele per alimenti a condizione che la vendita avvenga sotto la responsabilità di persona abilitata all’esercizio della professione di farmacista.

Viceversa, l’articolo 84 dà la possibilità al medico veterinario, nell’ambito della propria attività e qualora l’intervento professionale lo richieda, di consegnare all’allevatore o al proprietario dell’animale le confezioni di medicinali della propria scorta e da lui già utilizzate, allo scopo di iniziare la terapia in attesa che detto soggetto si procuri, dietro presentazione di ricetta redatta dal medico veterinario secondo le tipologie previste, altre confezioni prescritte per il proseguimento della terapia medesima.

È dunque evidente che la volontà del legislatore sia proprio quella di non riconoscere al veterinario la facoltà di vendita ma solo un’attività di consegna come atto professionale al servizio della collettività che non abbia però alcuna finalità commerciale.

La legge 189/2012 “Balduzzi”, ribadendo questo concetto, ha leggermente modificato questo articolo dando la possibilità ai veterinari di cedere le confezioni di medicinali anche integre.

La cessione di medicinali non deve essere per il medico veterinario l’attività principale ma un’operazione accessoria che può essere effettuata solo ed esclusivamente in seguito alla prestazione medica.

Ne consegue che il proprietario dell’animale non può andare dal veterinario solo per acquistare il medicinale.

In base a questo ragionamento possiamo anche aprire una parentesi sull’Iva che il veterinario deve applicare per la consegna del farmaco.

Provando a fare un collegamento logico, è possibile interpretare che, dal momento che la consegna del farmaco è un’attività accessoria all’attività medica e che la vendita in quanto tale non è consentita, l’aliquota che il veterinario deve applicare è del 22%.

In conclusione, la vendita del farmaco ad uso veterinario da parte dei medici veterinari, in favore dell’utente finale, NON è consentita.

È chiara infatti la differenza tra cessione – il medico veterinario in ambulatorio o in allevamento può consegnare – e dispensazione – la vendita al dettaglio che può fare solo il farmacista abilitato e iscritto all’albo in farmacia/parafarmacia o ingrosso con vendita diretta – del medicinale veterinario.

Qualche collega sostiene che la “cessione” è una vendita mascherata ma in base a quanto evidenziato sinora si comprende che c’è una sottile linea di confine che può essere facilmente superata.

Il veterinario, convinto di operare secondo legge, potrebbe anche cadere nell’abuso di professione.

Numerose sono le segnalazioni di cartelli affissi in ambulatori veterinari dove si parla di “vendita” oppure addirittura di risparmio da parte del proprietario dell’animale in caso di acquisto presso la struttura veterinaria.

In questi casi ovviamente non c’è bisogno di interpretare la legge perché è un chiaro ed evidente illecito.

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2 COMMENTI

  1. Colleghi volete chiarezza da chi sta’ sul pezzo diciamo da un settantina d’anni tra nonno – papa’ e io ora ? Ci hanno fregato per la terza volta il farmaco veterinario.

    1) La prima con la legge del 1991, quando il farm. rischiava pesanti sanz. senza la triplice ricetta, che in farmacia arrivava alla stratosferica frequenza di 2-3 all’anno.Come era crollato il consumo di farmaci destinati all ‘allevamento?? ma quando mai, il grossista veniva autorizzato complice un vet, da lui impiegato ad produrre quelle famose ricette a chi ne avesse bisogno, per comprare da grossista stesso i fam. che gli servivano. ADDIO allevatori in farmacia.

    2) Concessione della ricetta veter. anche alle parafarm. con relativo legittimo inquietante interrogativo: Perché per gli animali si e per tutto il resto su ricetta no??

    3) Questa le batte tutte: concedere ad un non-farmacista, la possibilita’ di vendere-consegnare-farsi pagare il farmaco, che lui stesso prescrive su una diagnosi che lui stesso formula.quindi e’ ormai storia di tuttti i giorni il siparietto ” ci vuole la ricetta, vai dal vet. e non hai piu’ bisogno di tornare in farmacia”praticamente siamo costretti a inviare il cliente dalla concorrenza.il medico di famiglia accanto al veterinario, stara’ pensando la stessa cosa (vendero’ anche io il farmaco da me prescritto)evidentemente la cosa va giu’ anche al mondo accademico universitario, se non rivendica la sua stessa ragione di esistere nella ormai fatta a pezzi indispensabilita’ della laurea in farmacia per poter vendere farmaci con ricetta e non.e non mi si venga fare dei distinguo tra confezione gia’ aperta o chiusa della scrta del vet.il sindacato titolari faccia al piu’ presto un papello delle esigenze dei farmacisti, almeno per gli animali d’affezione.i politici che lo recepiranno, saranno ancora a bere il latte di federfarma. gli altri vadano ad attaccarsi alle tette di qualche altra lobby.

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