Tutti parlano del futuro della Farmacia: collaboratori e titolari; esimi colleghi privati e pubblici; esponenti della categoria; professori universitari; dirigenti dell’industria e della distribuzione intermedia; perfino medici e dirigenti pubblici; governanti e antitrust; durante riunioni di categoria, Convegni, ovvero Congressi, incontri con politici e di politici tra di loro, ministri, sottosegretari, parlamentari, funzionari pubblici nazionali, regionali, locali.
Chiunque sembra conoscere profondamente questa istituzione che vanta più di sette secoli di storia scritta e di scuole particolari per la preparazione specialistica e culturale dei suoi professionisti. Infatti, la “nascita” della farmacia (nonostante prove siano state riscontrate sicuramente a Babilonia, nell’antico Egitto, nel secolo VIII, a Baghdad, al Cairo e nell’antica Roma presso il Campidoglio) risale alle Costituzioni di Melfi del 1231 e all’ordinamento sanitario del 1241, entrambi emanati dall’imperatore Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero, che (precursore dei fanatici del conflitto di interessi) volle necessariamente separare la professione del diagnosta/terapeuta da quella del preparatore, in modo da ridurre l’interesse economico del medico sull’uso di determinate sostanze e da garantire il doppio controllo sui medicamenti.
Quell’ordinamento sanitario prevedeva, inoltre, la limitazione del numero delle farmacie al fine di remunerare adeguatamente la professione; la vigilanza delle autorità sui Farmacisti; il divieto di esercizio a chi non fosse autorizzato da un collegio medico; la proibizione assoluta di ogni rapporto d’interessi fra medico e speziale; la preparazione dei farmaci seguendo le prescrizioni mediche, basandosi su apposite conoscenze scientifiche e osservando speciali disposizioni di una Farmacopea ufficiale; le disposizioni per la conservazione dei farmaci.
Nei secoli, molti altri Stati hanno poi assunto le regole del Regno di Sicilia e successivi perfezionamenti legislativi sono stati indirizzati sempre più verso l’affidabilità delle due professioni e la conseguente tutela della salute. Verso la fine del sec. XVI si stabiliscono le prime visite d’ispezione alle farmacie, e gli speziali si raccolgono in speciali ordini. In tempi moderni, dal 1913 (quando la farmacia era ancora dichiarata attività commerciale e la proprietà era libera) in avanti, le norme giuridiche hanno sempre teso a disciplinare l’esercizio della professione e, soprattutto, l’apertura e il controllo dei luoghi nei quali esercitarla, legando profondamente il trinomio farmaco-farmacista-farmacia alla necessità dello Stato di garantire il servizio farmaceutico alla popolazione salvaguardandone la salute. Ma, anche tenendo sotto stretto controllo le sedi farmaceutiche e la loro efficienza ed adeguatezza, fino a definirla “attività professionale ad interesse pubblico” concessa dallo Stato secondo una “riserva di legge” (e non un privilegio, né alcun diritto reale pieno sull’azienda farmaceutica che il titolare può conservare solo in quanto vi attende personalmente, salvo breve sostituzione in caso di assenza o impedimento); la Corte di Cassazione Sez. VI penale, sent. n. 11216 del 24/8/1989 inquadra le farmacie nello schema delle concessioni di pubblico servizio e la Corte di cassazione, Sez. V penale, sent. n. 4525 del 24/4/1991 sentenzia che dalla natura pubblica della convenzione tra farmacie e UU.SS.LL. discende la qualificazione del farmacista come “incaricato di pubblico servizio”. In tale contesto normativo e giurisprudenziale, l’erogazione dell’assistenza farmaceutica ed il rapporto intercorrente tra farmacista e Servizio Sanitario Nazionale si ispirano agli stessi principi che riguardano l’erogazione dell’assistenza medica ed il rapporto intercorrente tra il medico convenzionato e il S.S.N. Infatti, sia il medico che il farmacista sono professionisti convenzionati con lo Stato, qualificati dall’art. 48 della l. 833/1978 come “personale a rapporto convenzionale” del SSN; entrambi partecipano all’erogazione di un pubblico servizio; sono tenuti all’osservanza di procedure amministrative finalizzate all’espletamento del servizio pubblico; entrambi dispongono con la loro attività di risorse pubbliche.
Tutto questo barboso studio ha lo scopo di sottolineare che la Farmacia è una realtà riscontrata come necessaria in epoche e in zone del tutto diverse e la sua regolamentazione ha avuto sempre canoni precisi e sotto il controllo delle autorità al fine di salvaguardare la sanità pubblica.
Tuttavia, il sostentamento delle farmacie (che era basato sulla concessione per la preparazione e dispensazione dei farmaci) derivando da un sistema finanziato quasi totalmente dallo stato fino agli anni ’80, a seguito dei controlli scattati dopo i grandi scandali degli anni ’90, è stato, lentamente ma continuamente, orientato verso un sistema sempre più privatistico nel quale i cittadini pagano di tasca propria i farmaci (fascia C) o, quanto meno, una quota percentuale importante (ticket fisso e differenza prezzo fino a una percentuale pari fino al 16%) dei soli farmaci concessi dal sistema sanitario. Inoltre, lo Stato, allo scopo di razionalizzare e contenere le spese, ha diminuito sempre di più il margine riconosciuto alle farmacie dall’ultima Convenzione del 1999 (ormai intorno al 24% lordo, pari a un utile netto del 4-5%) spingendo i titolari a trovare soluzioni diverse per mantenere l’efficienza e la solidità della farmacia stessa.
Le farmacie, nate per la preparazione magistrale dei medicinali prescritti dal medico e divenute, a causa delle officine galeniche prima e dell’industria farmaceutica poi, semplici dispensatrici (a seguito di prescrizione mediche) di farmaci prodotti da altri, hanno cercato nuovi territori remunerativi, uscendo dal ruolo che era stato loro dato dalla legge e trasformandosi in fornitrici di beni parafarmaceutici: Paidofarmaci, Cosmeceutici, Sanitari, Erboristici e Omeopatici, Nutraceutici, in breve tempo persi in buona parte in quanto altri attori commerciali quali profumerie, sanitaristi, erboristi e ultimamente parafarmacie e Grande Distribuzione Organizzata, si sono interessati a tali mercati. Infatti, questi operatori, puramente commerciali, hanno una libertà di movimento e di iniziativa che le farmacie (per la loro natura giuridica) non possono avere. Parte delle farmacie ha reagito abbassando i prezzi con sconti e promozioni che, non essendo supportati dalla produzione, creano solamente un abbassamento dei margini fino a situazioni in cui i prodotti sono ceduti sottocosto e una perdita che non sempre è assorbita dalla vendita di altri prodotti con margini più alti. Inoltre, non tutte le farmacie sono in grado di potersi impegnare commercialmente non avendo la forza economica, il bacino di utenza e la qualità della clientela che possa interessarsi e supportare investimenti in settori non farmaceutici.
La stessa cosa accade per molte farmacie che non sono in grado di affrontare i costi di una apertura oltre le 40 ore settimanali, fino alle 24 ore giornaliere e senza ferie annuali, né di affrontare la trasformazione della loro situazione professionale inserendo altre figure e settori quali estetiste, infermieri, fisioterapisti, vettori per la consegna domiciliare, macchinari per le analisi ematiche e urinarie complesse, per analisi della pelle e dei capelli, per la osteoporosi, per le intolleranze alimentari, defibrillatori, che molto spesso sono solo di immagine ma non operativamente remunerativi dato che il sistema pubblico non può supportarle e i privati non sono in grado di pagarsi personalmente tali servizi.
Per tali motivi molte farmacie decentrate e piccole, rurali e urbane, sono impossibilitate a continuare una professione onesta e non remunerata. La capillarità, che è l’emblema e il fiore all’occhiello della categoria e difeso fino ad oggi il sistema farmacia come lo conosciamo, è quindi destinata a essere perduta a favore di una concorrenza tra farmacie di serie A e farmacie di serie B, tra grandi farmacie organizzate industrialmente e commercialmente e piccole attività che stentano a sopravvivere non potendosi permettere gli investimenti di una “farmacia di servizi” per la loro situazione logistica e di utenza e per la mancanza di una adeguata remunerazione che le porta gradualmente verso la chiusura e la cessazione del servizio a vantaggio solo delle grandi entità organizzate. Anche per questi motivi, contro ogni logica etica e giuridica, è stata concessa la possibilità di possedere fino a 4 farmacie (preambolo per una totale liberalizzazione) tramite società tra soli farmacisti alle quali in futuro potranno partecipare anche quote di solo capitale.
Lo Stato non aiuta assolutamente poiché, al fine di razionalizzare la spesa sanitaria, spinge sempre più i medici ad organizzarsi in strutture più grandi del semplice ambulatorio, grazie ad un sistema di associazione in parte supportato economicamente dalla regioni, che deve garantire la copertura 24 ore dell’assistenza medica, la creazione di micro pronto soccorsi attrezzati per una prima valutazione e un primo intervento risolutivo. Questo sistema aiuterà indirettamente le farmacie vicine a queste unità depauperando ulteriormente le piccole sia di medici sia di pazienti e quindi ulteriormente di risorse economiche in un circolo vizioso. Molto probabilmente, queste strutture territoriali, che devono vertere su 20-25000 abitanti, provvederanno anche alla distribuzione di farmaci per conto del SSR.
Riassumendo e concludendo, la farmacia sta sempre più orientandosi, volontariamente per iniziativa di titolari poco farmacisti e molto “imprenditori” e grazie alla spinta di uno stato amorale, interessato a risparmiare per mantenere se stesso e la propria casta, e poco interessato alla prevenzione, alla salute e ai costi sociali indotti dei cittadini, verso una attività che non avrà più nulla di etico e di professionale ma che per salvarsi dovrà uccidere tutti i piccoli fratelli e diventare una impresa agguerrita e senza scrupoli.
Altri prima di noi hanno percorso la medesima strada: alimentaristi, profumieri, sarti, distributori di carburante e molti altri, che sono stati comprati e quindi distrutti dalla grande industria, dalla grande distribuzione e dalle multinazionali, che sono interessate solo al potere economico, ai profitti e a nessun altro scopo umanitario.
L’involuzione della civiltà con il ritorno al sistema della giungla dove il più forte vince e uccide il più piccolo ha colpito anche i farmacisti.
“Lupus est homo homini” Asinaria (Plauto), più egoisticamente:“Mors tua vita mea” (Gladiator Anonimus).

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