Normativa
Ai sensi dell’art.5 della legge 248/2006, e della circolare del Ministero della Salute n. 3/2006, la vendita di farmaci non soggetti a prescrizione medica (SOP) e da banco (OTC) può essere effettuata anche in esercizi commerciali, alla presenza e con l’assistenza di un farmacista abilitato all’esercizio della professione ed iscritto al relativo Ordine professionale, previa comunicazione al Ministero della Salute e alla Regione in cui ha sede l’esercizio stesso. Anche i farmacisti che operano nei suddetti esercizi, pertanto, hanno tutti gli obblighi inerenti lo svolgimento della professione, sono sottoposti al potere disciplinare dell’Ordine di appartenenza e alle stesse sanzioni dei colleghi che operano in altri ambiti.
Esercizi di vicinato (Parafarmacie) e Corner
Gli esercizi farmaceutici di cui al succitato art. 5 consistono negli esercizi di vicinato, nelle medie, e nelle grandi strutture di vendita, senza alcun limite minimo di superficie, previsti e regolati dall’art. 4 comma 1, lett.d), e) ed f) del D.lgs. 114/1998. Nella prassi, i suddetti esercizi commerciali sono identificati con la denominazione “parafarmacie” se si tratta di piccoli esercizi commerciali, e come “corner” se si tratta di specifici reparti all’interno di supermercati o ipermercati, nel qual caso deve essere allestito uno spazio dedicato esclusivamente alla vendita e conservazione dei medicinali OTC e anche SOP.

Prodotti che possono essere posti in vendita:

  1. I medicinali da banco o automedicazione (OTC);
  2. i medicinali non soggetti a prescrizione medica (SOP);
  3. i medicinali per uso veterinario e le preparazioni senza obbligo di prescrizione medica;
  4. i medicinali omeopatici per uso umano, se vendibili senza obbligo di ricetta medica.

Prodotti che NON possono essere posti in vendita:

  1. I medicinali prescritti in regime SSN;
  2. i medicinali assoggettati a prescrizione medica, ive incluse le preparazioni galeniche magistrali;
  3. i medicinali stupefacenti;
  4. formule officinali che per composizione risultino vendibili senza ricetta medica;
  5. i medicinali omeopatici per uso veterinario, essendo per legge assoggettati a ricetta non ripetibile.

Sanzioni in caso di vendita di medicinali soggetti a prescrizione medica:

La normativa vigente non prevede una specifica sanzione per i farmacisti operanti in esercizi commerciali, pertanto si applicheranno le sanzioni previste per la vendita di medicinali senza la prescritta ricetta medica.
Qualora il farmacista venda un medicinale assoggettato a prescrizione medica ripetibile in assenza della stessa è soggetto alla sanzione amministrativa da 300 euro a 1800 euro. Se, invece, vende un medicinale soggetto a ricetta medica da rinnovarsi volta per volta, è soggetto alla sanzione amministrativa da 500 euro a 3000 euro (art. 148 D. Lgs. 219/2006). Se si tratta di medicinali veterinari sottoposti a ricetta, il Codice dei medicinali per uso veterinario commina una sanzione amministrativa che va da euro 1549 ad euro 9296.
Nel caso di vendita di medicinali contenenti sostanze psicotrope e stupefacenti, non essendo tali esercizi autorizzati dal Ministero della salute, a differenza delle farmacie, si configurerebbe un’ipotesi di reato perseguibile ai sensi delle norme del D.P.R. 309/1990.

“La vendita di medicinali in esercizi commerciali diversi dalla farmacia comporta l’obbligo, per i titolari dei punti vendita e per i farmacisti che prestano la loro attività professionale nei medesimi, di rispettare la normativa vigente in materia di vendita al pubblico di medicinali (Circolare Ministero salute 3 ottobre 2006 n. 3, G.U. n. 232, 5.10.2006). Pertanto, la vendita al pubblico di medicinali, da parte di personale non farmacista, anche in esercizi commerciali dove si vendono solo medicinali che non richiedono ricetta medica, configura l’ipotesi di abusivo esercizio di professione di cui all’art. 348 c.p.: Chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato, è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa da lire duecentomila a un milione”. La sanzione ipotizzabile per il farmacista titolare dell’esercizio è quella di favoreggiamento all’esercizio abusivo. In ogni caso, qualora il farmacista fosse assente, l’esercizio può continuare l’attività escludendo (mediante chiusura del reparto dedicato ai medicinali che, si ricorda, deve essere separato dal resto dell’esercizio) la vendita di medicinali.
La vigilanza spetta alla ASL e a qualsiasi altra autorità di polizia come per qualunque esercizio commerciale che venda prodotti alimentari .
Infatti, non vi è un organo designato al controllo delle parafarmacie e dei corner.

Forse non lo sapete ancora, ma vi è un dato interessante, sconosciuto ai più, e che è conteso dalle varie fonti: il numero sia delle para farmacie e sia dei corner della GDO.

A seconda della fonte e del metodo utilizzati per il rilevamento, i numeri sono assolutamente non paragonabili. Infatti, si inizia dalle circa 2100 “posizioni” riconosciute da Enpaf (poichè una parafarmacia, se “vende” anche farmaci, deve avere sempre presente, quale responsabile professionale, un farmacista iscritto all’Ordine provinciale competente e, se questo farmacista è il titolare della para, automaticamente iscritto all’Enpaf come titolare versa la quota intera ma, se sono 2 o più soci titolari della suddetta, ognuno paga la quota intera da titolare e, quindi, da qui nasce il censimento delle para dichiarate da Enpaf). Pertanto, 2100 è un numero che non indica assolutamente quante para farmacie e corner sono aperti al pubblico ma solo quanti titolari di para (singoli o soci) sono iscritti all’Enpaf e versano la quota intera da titolare.

Il numero degli esercizi commerciali è falsato da due situazioni:

  • la prima, è che non c’è alcun obbligo di iscrivere la para farmacia in un registro del Ministero se non tratta farmaci;
  • la seconda, è che, se tratta anche farmaci, deve iscriversi al registro per la tracciabilità del farmaco presso il Ministero, tuttavia non c’è obbligo di cancellazione in caso di fallimento, chiusura o altro, per cui presso il Ministero sono ad oggi iscritte 8764 posizioni (delle quali una buona parte probabilmente non esiste).

Se invece facciamo riferimento ai dati delle due associazioni sindacali, scopriamo che c’è una notevole differenza tra loro:

  • FNPI dichiara circa 4500 para farmacie;
  • ANPI ne dichiara 3700.

La differenza non è nemmeno giustificata dall’eventuale comprensione o meno dei corner della GDO (350).
Infine, se consideriamo per validi i dati di Federfarma, che li trae dalla fonte esterna IMS, esse sono 3650.
Questi numeri significherebbero che almeno 4000 para farmacie sono sparite nel nulla, forse fallite o chiuse, oppure, sono solamente registrate presso il Ministero, ma mai aperte in attesa di sviluppi futuri.
Tutto ciò è molto equivoco e ingenera dubbi sulla correttezza ma anche sulle norme che regolano l’apertura di questi esercizi commerciali che nulla hanno a che vedere (le norme) con le attività sanitarie.

Anche se è vero che, da molto tempo e ultimamente in modo molto più efficiente, i titolari di parafarmacia stanno cercando in ogni modo (dagli appoggi politici ai ricorsi giudiziari di vari livelli) di ottenere una sorta di parificazione con le farmacie con la motivazione che se i medicinali devono essere dispensati da un farmacista, allora anche loro sono laureati in farmacia e hanno diritto a poterli vendere.
Come dire che un laureato in lettere, in quanto tale, ha diritto ad una cattedra e non deve seguire un percorso curriculare e concorsuale per ottenerla.

Insomma, una volta creata ad arte questa nuova illegittima attività, grazie all’interesse di un Ministro che doveva ringraziare una famosa catena cooperativa del suo partito donandole la possibilità di vendere anche medicinali, visto il crollo dei fatturati e degli utili, si esige che sia regolarizzata e rientri nel novero delle farmacie ma (concessione loro) non convenzionate.

Ora, la convenzione è solo un peso in quanto obbliga per legge a tutta una serie di incombenze onerose riducendo anno dopo anno la redditività relativa ai farmaci concessi dal SSN, poiché lo Stato non ha più denaro per assumersi totalmente e nemmeno parzialmente i costi delle terapie dei cittadini italiani e stranieri.

Inoltre, le farmacie sono obbligate a coprire i periodi notturni e festivi con turni, spesso inutili e molto spesso non utilizzati dai cittadini, specialmente nei centri veramente rurali o montani. Cosa che le parafarmacie e i corner non devono fare non essendo attività sanitarie delegate dallo Stato all’assistenza sanitaria ma solamente attività commerciali con scopo di lucro (a meno che nel Ddl non si baratti la Classe C dei farmaci con i turni!

Detto tutto questo, lo Stato ha intenzione comunque di incentivare l’apertura di para e corner con l’obiettivo di aumentare l’occupazione e di far risparmiare ai cittadini sull’acquisto dei farmaci. Due ipotesi assurde e irrazionali in quanto il calo conseguente del fatturato delle farmacie aumenterà la disoccupazione che solo in parte sarà assorbita da queste nuove attività commerciali e sicuramente con stipendi inferiori, inoltre, poiché il fatturato del farmaco è, da una parte incomprimibile, ma dall’altra neppure ampliabile essendo dipendente dalle patologie spontanee dei cittadini, l’aumento dei punti vendita diminuirà la potenzialità economica degli stessi che saranno costretti a diminuire l’efficienza e la qualità dei servizi oltre al numero dei dipendenti. Infine, il taglio dei prezzi dei farmaci, che è molto difficoltoso poiché essi non seguono le leggi del mercato dal momento che non possono essere né incentivati né tanto meno posti in offerta commerciale poiché dannosi alla salute se abusati o mal usati, porterà ad un ulteriore impoverimento delle attività professionali sanitarie fino alla chiusura di molti punti vendita già in difficoltà e di molti altri che andrebbero in crisi per l’aumentata concorrenza e l’ulteriore diminuzione degli utili necessari al mantenimento delle strutture e del personale.

Resteranno in vita le farmacie dei centri più redditizi e quindi potenzialmente più forti economicamente. L’assistenza farmaceutica tornerà indietro di 50 anni, ossia prima del 1968.

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5 COMMENTI

  1. non è ben chiaro quale sia il concorso curriculare per ottenere una farmacia.
    Aprire il portafoglio?
    ereditarla?
    Che sbadato, c’è anche il percorso concorsuale. Un po’ come il concorso del decreto Monti, datato 2012, che prevedeva l’apertura delle nuove sedi entro 6 mesi.
    Ad oggi nessuna sede aperta
    Ad oggi onn è stato fatto nessun interpello.
    Dimenticavo, siamo nel 2015
    Ma guarda un po’, concorso bloccato da una valanga di ricorsi al tar fatti dai titolari di farmacia
    Perchè loro vogliono decidere anche quali e quante farmacie devono aprire e dove vanno aperte.
    Dura spartire con altri le monete che si contano alla sera in cassa…

  2. Oltre alla passione per la divulgazione il Dr. Guerra ha anche la passione per la mistificazione, nella fattispecie quando equipara un laureato in lettere ad un laureato in farmacia: per poter esercitare la professione di FARMACISTA TUTTI DEVONO SUPERARE UN ESAME DI STATO, che appunto lo abilita all’esercizio della professione e all’iscrizione al proprio ordine. Vorrei inoltre che il Dr Guerra mi spiegasse perchè un farmacista che lavori in farmacia sia un farmacista a tutti gli effetti, se invece si dimette dalla farmacia e apre una Parafarmacia perda lo status di farmacista per diventare immediatamente un SPACCIATORE di farmaci. Me lo spiega che io non ci arrivo?

  3. riguardo il paragone con la laurea in legge il farmacista di parafarmacia non aspira ad una cattedra senza concorso come asserisce il collega ma vuole semplicemente poter dare lezioni PRIVATE anche ai ragazzi delle medie e non solo a quelli dell’asilo!

  4. Comunque sia questo articolo è di parte e provocatorio, ma cosa più importante non riporta i dati reali delle parafarmacie e dei corner in quanto il sito ministero salute sulla tarcciabilità non tiene più il conto del numero progressivo di apertura dal quale bastava fare una sottrazione per ricavare il numero reale, mentre ora bisognerebbe andarli a contare uno per uno, cosa che dubito sia stato fatto da Maurizio Guerra.

  5. I numeri non sono certissimi, ma come li usa il dott Maurizio Guerra diventano fuorvianti. Che non vi siano sanzioni da parte del Minsal, non significa affatto che non vi sia l’ obbligo legale di denunciare al medesimo la chiusura di un sito logistico ossia di una sede di una parafarmacia. E’ evidente che il responsabile della comunicazione, andra’ incontro a rischi legali qualora per esempio un fornitore dichiari di aver consegnato una partita di farmaci OTC presso una parafarmacia e ad una indagine dovuta per esempio a lotti non vendibili usciti da quel fornitore, la sede gia fisicamente chiusa,non avesse fatto opportuna comunicazione. Certo, alcuni comunque non lo fanno in tempi brevi ma sarebbe come dire che le farmacie sono una realta’ non valutabile perche’ come talvolta o spesso accade, non seguono il codice deontologico (e non solo quello, talvolta ) senza essere sanzionate.
    Poi ANPI non ha fornito ufficialmente quel dato di 3700, che viene estrapolato da stime soggettive del sottoscritto in una discussione su FB avente per oggetto non il numero di sedi, ma il numero di farmacisti che lavorano, solamente come titolari o soci, in quelle che non fanno parte ne’ della GDO e ne’ di catene. Il numero di sedi che stimiamo invece attive e’ di circa 4400, comprese quelle GDO e catene.
    Per quanto concerne il saldo attivo fra farmacisti nuovi occupati in seguito alla Legge 248/2006 e successive modifiche, negli esercizi diversi dalle farmacie una stima per difetto e’ di circa 9000, mentre non risulta da nessuna fonte Federfarma o enti statistici che vi sia stato un numero comparabile di colleghi espulsi dal settore farmacie nel medesimo periodo. Ne’ cio’ potrebbe verificarsi con una ipotetica vera liberalizzazione del farmaco di classe C cop, che anzi rafforzerebbe la possibilita’ di sopravvivenza delle parafarmacie di vicinato, incidendo in misura molto lieve sulla riduzione di quello delle piccole medie farmacie, perche anzi renderebbe meno accessibile il fenomeno di inglobazione in uno specifico territorio, da parte delle farmacie di catene, che cercheranno di insediarsi in primis dove le sedi diventino facilmente acquistabili.
    Marco Cetini
    Vicepresidente Nazionale ANPI

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